Umberto Curi – Vi spiego perché non sono recensioni

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Il Mattino di Padova, 08.02.2006

Intervista a Umberto Curi: «Vi spiego perché non sono recensioni»

«Il cinema è una cosa seria non solo intrattenimento.

La cultura comincia a capirlo»

di Nicolò Menniti-Ippolito

A tre anni di distanza da Ombre delle idee ed a cinque da Lo schermo del pensiero, Umberto Curi torna ad occuparsi di cinema e filosofia con Un filosofo al cinema, che sarà oggi nelle librerie italiane. Ancora una volta, dunque, lo studioso padovano prova a cimentarsi coi film, non travestendosi da critico cinematografico ma restando a tutti gli effetti filosofo e studioso di filosofia.

Quando è uscito il primo libro, i filosofi l’hanno guardata con diffidenza. E ora?

«Molto meno, perché oggi è più chiaro a tutti il vincolo che c’è tra la filosofia ed il cinema. In questi anni ci sono stati molti convegni, sono stati pubblicati libri, a Procida con Enrico Grezzi teniamo ogni anno una settimana intera di incontri; insomma la cultura italiana comincia a superare i suoi storici pregiudizi verso il cinema. Da un lato c’è la condanna del cinema come strumento di manipolazione delle coscienze da parte della industria culturale, dall’altra il rifiuto di considerare i film come opere d’arte perchè troppo contaminati dalla tecnica».

Invece il cinema è una cosa seria?

«Assolutamente sì. Mentre in Francia e in moltissimi altri paesi questo lo hanno capito subito, da noi si è continuato a parlare di intrattenimento, di evasione. Un esempio per tutti è che nella scuola si parli di “sussidi didattici audiovisivi” ma non di cinema».

Quale tipo di cinema è una cosa seria?

«Tutto il cinema. Io non faccio distinzione tra cinema di autore e altro cinema. I 24 film di cui parlo in questo libro appartengono a tutti i generi, sono quelli che le persone vanno a vedere il sabato sera. Ci sono La passione di Cristo di Mel Gibson, Minority report, Prova a prendermi, Master and Commande, Million dollar baby e così via, perché non mi interesso di film filosofici ma di cinema e filosofia. Credo in pratica che queste letture possano aiutare a vivere in modo più pieno l’esperienza cinematografica, ad emozionarsi di più anche: non spiego cosa un film vuole dire».

Quindi non sono recensioni?

«No, anche se la forma può essere simile, apparentemente. Del resto credo che la critica cinematografica sia rimasta, in Italia, l’unica a continuare a ragionare in termini di bello e di brutto. Non lo fa da tempo la critica letteraria, non lo fa quella artistica e musicale. Io non ho nessuna intenzione di dire se gli attori recitano bene o male, se la fotografia è bella oppure no».

E l’analisi del linguaggio?

«Io non sono uno studioso del linguaggio cinematografico. Il mio interesse preminente è per il “mythos”, per il racconto, con due avvertenze, però. La prima è che quasi sempre il racconto si intreccia con il linguaggio, che non è neutro. La seconda è che il mio metodo di analisi, in effetti, non può affrontare quei film in cui la sperimentazione linguistica è preminente. Tanto per intenderci, avrei poco da dire sui film di Antonioni».

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