Umberto Curi – Un arguto “falso d’autore” di un erede d’eccezione, Enrico Berti

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Il Mattino di Padova 16-11-2004

Un arguto “falso d’autore” di un erede d’eccezione, Enrico Berti 
Berlusconi visto da Aristotele 
Umberto Curi

L’ossimoro è quella figura logica che consiste nell’accostare nella stessa espressione parole di senso opposto. Così è, ad esempio, quando parliamo di “copia originale”, riferendoci ad un film, oppure quando adoperiamo locuzioni come “morto vivente”, nelle quali un termine contraddice l’altro. Acuto-sciocco. Da notare che, dal punto di vista etimologico, il termine ossimoro è a sua volta un ossimoro, perché risulta dalla combinazione fra le parole greche oxys, che vuol dire “acuto”, e moros, che significa invece “sciocco”. Con un ossimoro – “autentici falsi d’autore” – è intitolata una collana di testi in corso di pubblicazione presso l’editore napoletano Guida. Si tratta di una iniziativa apparentemente stravagante, oltre che certamente audace dal punto di vista editoriale, che merita tuttavia una particolare attenzione. Alcuni fra gli studiosi di filosofia italiani più noti sono stati incaricati di scrivere un testo, cercando di riprodurre quanto più possibile fedelmente lo stile letterario e più ancora il pensiero di autori importanti, antichi e moderni. L’idea è quella di affiancare ai testi “autentici”, di personaggi come Platone o Aristotele, Kant o Hegel, testi “falsi” (perché non scritti originariamente da quei personaggi), eppure in tutto e per tutto simili a ciò che essi avrebbero potuto scrivere. Ovviamente, affinché una simile operazione editoriale possa dirsi riuscita, è necessario che a redigere il “falso d’autore” sia uno studioso che conosca davvero in profondità il pensiero dell’autore imitato, fino al punto da rendere quasi impercettibile la differenza con i testi autentici. A cimentarsi fra i primi con una simile impresa è Enrico Berti, decano dei docenti universitari padovani, ordinario di Storia della Filosofia, da oltre 40 anni considerato unanimemente uno fra gli specialisti più prestigiosi a livello internazionale nel campo delle ricerche sul pensiero di Aristotele. Alcune fra le sue opere – da quella dedicata alla “filosofia del primo Aristotele”, più volte ristampata, oltre che tradotta in varie lingue, fino alla recente “Guida ad Aristotele”, pubblicata da Laterza – sono diventate un punto di riferimento obbligato nella bibliografia relativa al filosofo nato a Stagira. Si dovrebbe anche aggiungere che Berti non ha mai dissimulato la sua piena adesione intellettuale al pensiero aristotelico, da lui giudicato non solo come espressione compiuta della filosofia “classica”, ma più ancora come pensiero tuttora pienamente rispondente agli interrogativi dell’uomo contemporaneo. Ebbene, prendendo spunto dai soli tre frammenti che ci sono pervenuti di uno fra i molti dialoghi aristotelici andati perduti, Berti ha costruito un “falso d’autore” (Eubulo o della ricchezza. Dialogo perduto contro i governanti ricchi, 90 pp., 7,50 euro) che potrebbe tranquillamente essere scambiato per un’opera originale del “maestro di color che sanno”. Il dialogo è ambientato nel 350 a.C., e vede quali protagonisti, oltre allo stesso Aristotele, Platone, Speusippo, Senocrate e Teofrasto. Lo stile è quello – inconfondibile – dello Stagirita (ma, si dovrebbe dire, dello stesso Berti): chiaro e di agevole comprensione, stringente dal punto di vista logico, persuasivo sotto il profilo retorico. L’argomentazione, sviluppata con ammirevole coerenza lungo le pagine del libro, conferisce forma organica e compiuta a quanto emerge dai frammenti pervenuti relativamente al tema della ricchezza. Essa non dovrebbe essere impiegata esclusivamente allo scopo di procurare piacere o di incrementare gli affari, né dovrebbe essere finalizzata ad assicurarsi il favore della plebe. Anzi, proprio dal modo col quale viene utilizzata la ricchezza, è possibile distinguere l’uomo buono da quello che invece è spregevole. Un esempio deteriore di un uso smodato e perverso della ricchezza è quello fornito da Eubulo, il personaggio storico (fu responsabile dell’ente ateniese addetto all’organizzazione degli spettacoli a metà del IV secolo a.C.) che dà il nome al dialogo. Secondo la suggestiva ricostruzione di Berti, estremamente rigorosa dal punto di vista filologico e assai misurata nel tono, nel modo in cui Aristotele e i suoi interlocutori stigmatizzano questa figura, non è difficile cogliere una trasparente metafora ad un personaggio a tutti noi molto noto. La città ideale Eubulo spadroneggia abusando del potere di cui dispone, non rispetta il pluralismo necessario in una democrazia, perverte il possesso della ricchezza per scopi di interessi personali. Insomma, egli assomiglia molto da vicino – fino alla piena identificazione – ad una figura che ci è molto familiare, di colui che sta usando la ricchezza, e la sua attività di Theoricon, cioè di organizzatore di spettacoli, per costruire il proprio potere personale. A questa degenerazione, nella conclusione di questo libretto davvero aureo, Aristotele-Berti contrappone l’ideale di una città che “conservi al suo interno l’uguaglianza tra i suoi cittadini, la libertà di discutere e decidere tutti insieme sulle cose da farsi, la divisione dei poteri, la giustizia, l’aspirazione alla pace. Una città, soprattutto, in cui nessuno possieda un potere assoluto e in cui la preoccupazione più grande non sia quella di procurarsi le ricchezze, ma di vivere bene”. Davvero questo testo corrisponde ad un ossimoro, ad un oxys (“acuto”)-moros (“sciocco”): un libro che nasconde dietro le apparenze di un mero divertissement una acutissima verità.

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