Umberto Curi – Sinistra e destra: i valori della politica e il demone del potere

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Il Mattino di Padova 27-12-2004
Sinistra e destra: i valori della politica e il demone del potere
Umberto Curi

Giulio Tremonti non è un personaggio amabile. Detestato dalla sinistra, non è benvoluto neppure nella Casa delle libertà, vista la rapidità con la quale è stato sloggiato dal ministero dell’Economia, senza che nessuno sia ancora riuscito a spiegare il perché. Con quella sua vocetta stridula, l’aria indisponente del primo della classe, l’atteggiamento sprezzante nei confronti dell’interlocutore, sembra che faccia del suo meglio per rendersi antipatico. Fra le sue perle, si ricorda quel dibattito televisivo durante la campagna elettorale del 2001, allorché sghignazzando in maniera scomposta aveva perentoriamente invitato un intellettuale del calibro di Massimo Cacciari a iscriversi al Cepu, per recuperare quello che secondo lui era un evidente deficit di conoscenze. In tutta obbiettività, insomma, è difficile starlo ad ascoltare, senza essere pervasi da una istintiva reazione di rigetto, qualunque cosa dica o faccia. Eppure, a dispetto di queste premesse tutt’altro che incoraggianti, l’intervista rilasciata a “Repubblica” dal neoeletto vicepresidente di Forza Italia merita una certa attenzione, soprattutto per ciò che si dice a proposito della crisi del centrosinistra. Depurata da alcune evidenti forzature propagandistiche, la tesi di fondo sostenuta da Tremonti è semplice: a differenza del centrodestra, che è una coalizione del tutto “laica” e pragmatica, totalmente refrattaria a ogni richiamo ideologico, l’alleanza delle forze guidate da Prodi si sta facendo risucchiare dal suo vizio storico, vale a dire da quella soggezione all’ideologia che funziona inevitabilmente come moltiplicatore frazionistico. Dopo una brevissima parentesi, durata appena dal 1996 al 1998, nell’Ulivo si sarebbero nuovamente affermate quelle spinte populiste, giustizialiste e tecnocratiche – compendiate pittorescamente da Tremonti nei termini demos, epos, technos – che poi poco alla volta si sarebbero consolidate, portando infine all’attuale situazione di vero e proprio marasma. Di qui l’inaffidabilità del controsinistra come forza di governo; di qui quella sorta di maledizione storica, per la quale “se a sinistra ci sono tre uomini, ci sono quattro posizioni”. A parte un uso approssimativo, e soprattutto totalmente arbitrario, dei termini greci (una ripassatina al Cepu non farebbe male, mi creda, onorevole), questa interpretazione richiede attenzione non già perché se ne possa ragionevolmente condividere la conclusione, né ancor meno i sottili veleni di cui è intessuta, ma perché segnala alcune caratteristiche dei due schieramenti che sono oggettivamente innegabili, anche se la valutazione proposta andrebbe letteralmente rovesciata. Proviamo capire perché. E’ verissimo che fra l’Ulivo e la Cdl non vi è soltanto diversità di programmi, di uomini, o di scelte politiche, ma sussiste anzitutto una divergenza radicale – benché non sempre dichiarata – nel modo stesso di concepire la politica. Ed è altrettanto innegabile che questo scarto può essere descritto come una differenza fra una concezione della politica fortemente intrecciata ad alcuni valori di fondo, ad alcune opzioni ideali (ciò che Tremonti chiama ideologia), che è caratteristica del centrosinistra, e un approccio totalmente disincantato, come quello praticato da Berlusconi e soci, nel quale davvero si potrebbe dire che la politica rivela il “volto demoniaco del potere”, e il confine fra il perseguimento dei propri interessi personali e la cura degli interessi generali tende ad annullarsi. Ma questa non è affatto una “maledizione” per la coalizione guidata da Prodi, al contrario dovrebbe costituirne lo specifico principio di individuazione, quello per il quale le persone per bene che vivono in questo paese, i giovani che guardano al futuro, tutti coloro che si guadagnano onestamente da vivere col proprio lavoro, le donne e gli uomini che vogliono la pace, ritengono che valga la pena spendersi in qualche modo per la politica, sia pure nella forma minima della propria espressione di voto. Al contrario, ciò che Tremonti giudica essere la forza della Cdl, vale a dire una visione totalmente pragmatica della politica, ridotta sempre più a tecnica di esercizio del potere, nonché essere indizio di emancipazione intellettuale, è in realtà espressione della più influente ideologia oggi diffusa, quella tendenza alla spoliticizzazione, della quale in Italia Berlusconi è il profeta più ascoltato. Non si tratta, dunque, di una contesa fra la presunta ideologia del centrosinistra e l’efficientismo asettico del centrodestra, quanto piuttosto del confronto fra concezioni e pratiche della politica specularmente opposte, ancor prima che questo antagonismo si traduca in programmi politici concreti. Senza dimenticare che il “sano pragmatismo” così caro a Tremonti, e così remoto a suo giudizio dal vizio ideologico della sinistra, è quello che ha condotto ad approvare alcune fra le leggi più scandalose e offensive dell’intera storia repubblicana. Tutto ciò – non è necessario aggiungerlo – non giustifica minimamente l’inaudito spettacolo di puro masochismo offerto in questi giorni da quella che dovrebbe essere la Grande alleanza democratica. Ma questo è davvero un “altro” discorso, che non ha proprio niente a che vedere con presunte maledizioni storiche, e riguarda invece da vicino le debolezze, e talora lo squallore, di alcuni singoli personaggi.

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