Umberto Curi – Se per l’assoluzione bastasse uno sguardo

pantareiU. Curi | Testi0 Comments

Il Mattino di Padova 27-12-2004

Se per l’assoluzione bastasse uno sguardo

Umberto Curi

In politica, ai giorni nostri, non si va tanto per il sottile. Soprattutto quando sono in gioco robusti interessi personali, più ancora che ideali astratti. E’ accaduto con i carabinieri uccisi a Nassirya, la cui morte è stata stiracchiata di qui e di là, per confermare la tesi della necessità del ritiro dall’Iraq e anche quella opposta. E’ accaduto con i fatti di Genova, spregiudicatamente utilizzati per dimostrare il carattere intrinsecamente eversivo del movimento no-global. E’ accaduto perfino col delitto di Cogne, nel quale si è voluto vedere il segno della faziosità della magistratura nel suo insieme. Ma c’è (o almeno dovrebbe esserci) un limite – di decenza e buon gusto, di correttezza e onestà – oltre il quale non dovrebbe essere lecito procedere. Presentare uno dei grandi testi della cultura occidentale, uno dei testi più nobili dal punto di vista etico, oltre che più pregnanti sotto il profilo concettuale, come una metafora della persecuzione giudiziaria subìta da Marcello Dell’Utri – questo francamente va al di là di ogni possibile immaginazione perversa. Non si tratta soltanto di non piegare uno scritto di così elevato e universale contenuto filosofico, alle disavventure giudiziarie contingenti e comunque miserabili di un modesto personaggio contemporaneo. Né si tratta solo di evitare grotteschi infortuni sul piano degli accostamenti storici fra due figure in ogni senso fra loro inconfrontabili. Il problema è che, anche accettando l’inaccettabile, vale a dire il paragone fra Socrate e Dell’Utri, le diversità fra le scelte e i comportamenti tenuti in sede processuale dai due protagonisti sono talmente macroscopiche, da far saltare ogni riferimento plausibile dell’uno all’altro. Socrate affronta direttamente, a viso aperto, il processo al quale viene sottoposto, rifiutando l’aiuto di altri, e difendendosi da solo. Non solo non contesta l’autorità dei giudici, né mette in dubbio la loro buona fede, ma collabora attivamente alla rapidità e alla trasparenza del dibattimento. Non mette minimamente in dubbio la legittimità del procedimento a suo carico, né avanza riserve sulla legislazione in base alla quale è accusato. La sua apologia non si esprime come attacco nei confronti della magistratura del tempo, né come un tentativo di sottrarsi a quanto è scritto nelle leggi, ma al contrario è tutta rivolta a dimostrare il rispetto da lui sempre nutrito nei confronti dello Stato, dei giudici e dei suoi concittadini. Ciò che più conta, una volta ricevuta la condanna, pur essendo ben consapevole della propria innocenza, Socrate accetta il verdetto, fino alle sue estreme conseguenze. Si lascia condurre docilmente in carcere, respinge l’offerta di evaderne benchè un suo zelante discepolo sia riuscito a corrompere il custode, trangugia con serenità e senza esitazioni la coppa di veleno che lo condurrà alla morte. In sintesi, insomma, un comportamento esattamente opposto, rispetto a quello tenuto da Dell’Utri. Fin dalle prime battute del processo, e prima ancora, durante tutta la fase istruttoria, istruttoria, la linea di condotta assunta si è espressa in un attacco serrato contro la legittimità del processo in quanto tale, mediante una contestazione insistente della legislazione vigente, dei giudici e della magistratura, e lo sforzo continuo per screditare non i singoli capi di imputazione, ma l’azione giudiziaria in quanto tale. Il vertice di questo atteggiamento, di per sé autenticamente eversivo nei confronti dello Stato e delle sue istituzioni, si è raggiunto proprio nell’occasione recente che ha provocato il blasfemo accostamento fra la sua figura e quella di Socrate. Di fronte al pubblico del teatro che era accorso per la rappresentazione dell’Apologia di Socrate, per dimostrare la propria innocenza, e dunque legittimare l’accostamento con la figura del filosofo morto con la cicuta, Dell’Utri ha detto: “Ma mi avete visto in faccia?”. Ecco come ci si difende. Eccole qui la prove inconfutabili dell’innocenza dell’imputato. Così si demolisce il castello delle accuse imbastito da una Procura della Repubblica popolata esclusivamente da settarie toghe rosse. Che Socrate vada ad imparare. Invece che argomentare, come il filosofo aveva fatto, cercando di dimostrare la sua sollecitudine per il bene della città, la sua sottomissione alle leggi, il suo impegno per la verità, il suo rispetto per i giudici, avrebbe dovuto andare a lezione da Dell’Utri. Invece che essere condannato a bere il veleno, sarebbe stato assolto. Bastava che egli avesse detto: “Ma mi avete visto in faccia?”.

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