Umberto Curi – Se non si considera la disperazione di massa

pantareiU. Curi | Testi0 Comments

Il Mattino di Padova 08-10-04

Se non si considera la disperazione di massa

Umberto Curi

L’ Italia aveva promesso di aumentare lo stanziamento annuo per gli aiuti allo sviluppo, portandolo allo 0,33 del Pil, e non lo ha fatto. Si era impegnata per un finanziamento di 100 milioni di dollari al Global Fund per la lotta contro Aids e malaria, e non lo ha fatto. Aveva raggiunto la possibilità di azzerare il debito con i paesi africani, e non lo ha fatto. Viceversa, nella prossima finanziaria è prevista una diminuzione di 250 milioni di euro nei fondi destinati alla cooperazione, mentre la quasi totalità – ben il 92% – degli aiuti italiani ai paesi poveri è condizionata all’uso di prodotti e servizi forniti da aziende italiane. Nel complesso, mentre occupa ancora il settimo posto nella graduatoria dei paesi industrializzati, l’Italia è solo ventunesima nel sostegno allo sviluppo del continente africano. Questo, nella sintesi brutale di alcune cifre, il ritratto del nostro Paese, quale emerge dalla recente denuncia di Bob Geldof, inviato della “Commission for Africa”. Nelle stesse ore in cui veniva pronunciato questo durissimo atto di accusa, la stampa nazionale dava notizia di altri due eventi, conferendo fra l’altro ad essi un rilievo incomparabilmente maggiore.
La prima riguardava l’attivazione di un gigantesco ponte aereo, con una frequenza di circa trenta voli al giorno, per trasferire in Libia le centinaia di profughi, provenienti da Paesi diversi dell’Africa centrale e settentrionale, alcuni dei quali, come l’Etiopia e l’Eritrea, sconvolti da guerre terribili. La seconda proveniva dal Medio Oriente, dall’Iraq e dalla Palestina, dove in meno di mezza giornata una serie di azione suicide di giovanissimi kamikaze aveva provocato decine di morti e feriti. Inutile aggiungere che questi tre eventi erano presentati dai media come notizie diverse e indipendenti fra loro, collocate in tre sezioni distinte dei giornali, come se si trattasse di episodi fra i quali non sussista alcun tipo di connessione.
Contemporaneamente, da qualche pulpito giornalistico o televisivo, qualche sedicente esperto, preferibilmente con un accento straniero, potrebbe spiegarci con grande enfasi quali siano le meraviglie di quel processo chiamato globalizzazione. Si tratta di un nuovo scenario, nel quale tutte le principali dinamiche economiche e politiche sono fra loro strettamente intrecciate, al punto che qualunque piccola variazione in una parte del mondo, rimbalza immediatamente su tutto il sistema, coinvolgendolo nel suo complesso. Gli esempi abitualmente addotti per far capire le caratteristiche di questo processo anche ai profani sono essenzialmente due.
Globalizzazione vuol dire che se una farfalla batte le ali in Giappone, in Amazzonia può scatenarsi un uragano. O – per dirla in termini meno fantasiosi – vuol dire che poche ore dopo l’attacco alle torri gemelle di New York, una parte rilevante delle concerie delle Valle del Chiampo e delle aziende calzaturiere della Riviera del Brenta entravano in crisi. Basti pensare, a conferma della stretta interrelazione fra fenomeni economici su scala mondiale, che la Finanziaria del 2005 recherà ancora le tracce di aggiustamenti dovuti alle conseguenze dell’11 settembre. Ebbene, sarebbe sbagliato cercare di stabilire un diretto legame causale tra fenomeni che sono indubbiamente diversi. Ma è davvero incredibile che non venga in mente proprio a nessuno che fra i tre eventi prima ricordati possa esservi se non altro una relazione simile a quella che si è pronti a riconoscere tra la farfalla e l’uragano. Possibile che non si riescano a sommare tre addendi, solo perché sono distribuiti in sezioni diverse dei giornali? Possibile che non si riesca a capire che – pur se senza ferrei automatismi – il potenziale di disperazione indotto dal persistere della miseria, delle malattie, delle guerre, non alleviato da adeguate politiche di aiuti economici, respinto alla frontiera italiana da un ingente spiegamento di forze, possa trovare più o meno indirettamente sfogo nel terrorismo suicida? Possibile che dobbiamo lasciarci intimidire da coloro che, di fronte ad un ragionamento elementare come questo, accusano di giustificazionismo?
E’ più importante cercare di capire fino in fondo quali siano le radici di questa disperazione di massa, che sta diventando reazione indiscriminata e violenta contro l’Occidente, o abbandonarsi alla sterile rincorsa a chi usa le espressioni più forti per deplorare il terrorismo? Vogliamo capire, una buona volta, che non si potrà mai prosciugare il bacino da cui viene la minaccia, fino a che continuerà ad allargarsi, anziché diminuire, il divario fra Paesi ricchi e Paesi poveri, fino a che dedicheremo agli aiuti i decimali del nostro Pil, fino a che ci rimangeremo gli impegni di solidarietà, fino a che avremo la faccia tosta di non cancellare il debito contratto dai Paesi poveri, fino a che destineremo quote ingenti di risorse per rimpatriare i profughi, anziché per sostenere lo sviluppo dei Paesi dai quali provengono? E’ triste doverlo dire. Davvero non si sa, alla fine, che cosa desti maggiore orrore. I massacri del terrorismo – certo. Ma anche la delittuosa negligenza di chi finge di ignorare quali siano i canali che alimentano l’odio.

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