Umberto Curi – Recensione “Million dollar baby”

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E sul ring della vita solo l’amore sfugge alla regola: difendersi 

Million dollar baby

di Umberto Curi

 “Quale è la regola?”. “Bisogna proteggersi. Sempre”. Questa regola, Frankie Dunn, ormai vecchio manager di boxe, l’ha imparata a sue spese 23 anni prima. L’ostinazione a voler proseguire comunque un incontro che lo vedeva chiaramente in inferiorità, era costata ad un pugile affidato alle sue cure la perdita di un occhio e a Frankie un rimorso inestinguibile. Da quel momento, la “regola” – “Proteggersi. Sempre” – servirà non solo per guidare i giovani sul ring, ma anche per indirizzare la sua vita. Per questa ragione, Frankie eviterà sistematicamente di esporre i propri allievi a rischi eccessivi, anche a costo di privarli di alcune chances di successo. Per la stessa ragione, per evitare a se stesso un altro genere di rischi, che potrebbero comprometterne il precario equilibrio, egli respinge la proposta di allenare una donna. Ma Maggie, la cameriera giunta a Los Angeles da un quartiere miserabile di una città del Midwest, sospinta dal bisogno di evadere da una situazione familiare di avvilente degrado economico e morale, non si rassegna di fronte ai suoi reiterati rifiuti. Per lei, Frankie è, deve essere, il “boss”, il capo, colui che la condurrà a realizzare il sogno di tutta la sua vita, a conquistare notorietà e successo sul ring. Alla fine è Maggie a prevalere. Questo cedimento da parte del manager, questo suo venir meno alla “regola”, avrà conseguenze decisive nello sviluppo successivo degli avvenimenti. Sempre meno, ormai, pur senza mai dichiararlo, Frankie “si protegge” dal sentimento che lo lega a Maggie. Sempre meno la giovane si sforza di dissimulare quale sia diventata ormai la ragione che la spinge ad affrontare gli incontri con tanta determinazione: non più la ricerca del successo o del benessere economico, ma il meritare la stima del suo manager, riceverne l’apprezzamento, sentirsi dire “sei stata brava”. Senza una carezza, perseverando in una castità che ha aspetti monastici, i due passano da un match all’altro proteggendosi sempre meno dalla forza di un sentimento che cresce in maniera irresistibile. Fino a che si giunge ad un punto di catastrofe, già annunciato da una serie di lugubri presagi. Affrontando l’incontro per il titolo, dopo aver messo a segno una serie di colpi estremamente efficaci, ed essersi illusa di aver già concluso il combattimento, la donna “dimentica” la regola. Non più avvezza a “proteggersi”, ormai incline a lasciarsi andare nel pur tacito rapporto d’amore con Frankie, Maggie abbassa la guardia e si rivolge verso di lui con un sorriso. E non si avvede della repentina ripresa della sua avversaria, né del colpo di maglio che si abbatte su di lei, stroncandone ogni resistenza e inchiodandola poi perpetuamente ad un letto d’ospedale. Si apre, a questo punto, l’ultima struggente parte della vicenda. Persa ogni speranza di guarigione, dopo aver respinto con orrore l’implorazione della donna a porre fine alla sua vita, Frankie si arrende di fronte all’ennesima dimostrazione della tenacia di lei nel voler realizzare le proprie scelte, e le somministra una dose letale di farmaco. Con le parole “mio tesoro”, sussurrate con dolcezza a Maggie proprio nell’atto in cui le toglie il respiratore, il vecchio manager abbandona ogni prudenza, si libera di ogni residuo pudore. La regola è definitivamente trasgredita. In un lungo, tenerissimo, sguardo d’intesa, entrambi rinunciano ormai a proteggersi dal profondo sentimento che li unisce da tempo. Nel dono che lei ha chiesto a lui, nel terribile dono di una buona morte, essi recuperano un significato più elevato e compiuto della regola. Si proteggeranno l’un l’altro, accompagnandosi verso una morte scelta consapevolmente. Agli occhi chiusi di lei, inumiditi dalle lacrime, nella penombra della stanza della clinica, fa riscontro il dileguarsi dell’ombra di lui, mentre scompare in fondo ad un corridoio. Dopo l’assorta prova di “Mystic River”, con questo film Clint Eastwood ritorna ad interrogarsi su alcuni temi di frontiera, sul nesso indissolubile che connette amore e morte, sull’enigma del significato della vita, e sul mistero che incombe sulla morte. Lo fa con uno stile asciutto, ridotto davvero all’essenziale, giocando sui chiaroscuri – sul piano dei sentimenti, oltre che delle immagini – sulle zone di confine, sui silenzi e le ellissi, più che sui discorsi o su raffigurazioni esplicite. Si vede all’opera nel film il travaglio del dubbio di un autore giunto alla piena maturità, e dunque incline a rileggere la vicenda come dramma interiore, come meditazione sui grandi problemi che riguardano la condizione umana. In questa ricerca, il protagonista del film – ma verosimilmente lo stesso Eastwood – si accosta quasi istintivamente alla chiesa, cercando in un suo ministro una risposta a tanti angosciosi interrogativi. Ma il formalismo del sacerdote, la mera ripetizione di stereotipi incapaci di misurarsi davvero con le questioni intrinseche alla condizione umana, spingono poi a cercare all’interno della propria coscienza il criterio a cui uniformare le proprie scelte. Nel buio angoscioso di un dubbio persistente, appena rischiarato da una fioca luce spettrale, egli prepara gli strumenti con i quali donerà la buona morte. La sua decisione non scaturisce dalla risposta compiuta alle questioni che lo torturano, ma semplicemente dalla scelta di abbandonare la regola a cui aveva uniformato la sua vita, non riuscendo a distinguere fra i colpi dai quali bisogna proteggersi, e i sentimenti dai quali è invece necessario evitare ogni protezione. Mentre sussurra con dolcezza a Maggie “mio tesoro”, Frankie le inietta il farmaco mortale. E’ questa la verità – nebulosa, parziale, carica di incertezze – conseguita al termine del più impegnativo match affrontato da entrambi, a conclusione dell’infinita inquisitio che, in modi diversi, li ha visti coinvolti per tanti anni. Amore e morte, possesso e perdita, felicità e dolore, appagamento e insoddisfazione, nella condizione umana sono indissolubili. La regola – la vera regola – è non proteggersi da questa amara e dolente verità.

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