Umberto Curi – Recensione “Le invasioni barbariche” di Denys Arcand

pantareiU. Curi | Testi0 Comments

Il Mattino di Padova 23-12-03

“Le invasioni barbariche” di Denys Arcand
ovvero la fine delle utopie e il nuovo che avanza 
La morte dignitosa e composta di un uomo e di un’epoca 
Umberto Curi

 “Io invece, che avrei dovuto saper morire, per essere andato oltre la parte a me assegnata, vivrò una vita infelice” (Euripide, Alcesti, vv. 939-940). Saper morire: questo sogno – o questa illusione – è una caratteristica peculiare della condizione umana, è un progetto che accompagna da sempre la tradizione culturale dell’Occidente. Due le strade tentate per imparare a morire. La prima, esemplificata nel dono-inganno di Prometeo, consiste nel distogliere gli occhi dal momento fatale, nello sforzo di dimenticare il destino che ci attende. E la vita altro non sarà, se non questo inesausto tentativo di volgere altrove lo sguardo. Ma è possibile anche un’altra strada, per molti aspetti opposta a quella incarnata nel dono prometeico. La via prescelta consiste nell’accettare la sfida implicita nel “dato” della morte, concentrando su di essa lo sguardo, letteralmente prendendosi cura della morte, improntando proprio a questo esito tutta la vita, e dunque assumendo la maschera della Gorgone non come ciò da cui fuggire, ma come ciò che costantemente va ricordato.

Le invasioni barbariche argomentano questo secondo assunto, esplorano fino in fondo questa seconda possibilità. Remy, il protagonista decide non soltanto di non distogliere lo sguardo dalla morte, ma esattamente all’opposto di prepararsi a morire col massimo impegno, valorizzando le sue doti migliori: lucidità e ironia, acume di ingegno e gusto del paradosso, disincanto e passione, esperienza del mondo e infantile capacità di continuare a stupirsi. La scelta di organizzare la propria vita in funzione della morte, modifica radicalmente, e in ogni senso, la sua condizione di partenza. Con questa decisione, Remy letteralmente cambia piano. Anzitutto, nel senso spaziale del termine, abbandonando il piano dell’ospedale in cui è ricoverato. E poi rivoluzionando completamente la propria vita. La consapevole accettazione del proprio destino, lo sguardo fisso al momento fatale, agiscono come strumento per riappropriarsi di tutto ciò che, nel corso degli anni, egli aveva gradualmente perduto. Per tanto tempo.
Ma forse l’aspetto più convincente del film, è offerto da ciò che accade per così dire intorno alla vicenda centrale, in quelle che a torto possono apparire come mere digressioni, prive di rapporto col tema principale dell’opera, o come inserzioni del tutto estrinseche. Tutto ciò che compare attorno al protagonista, ben prima che si materializzi nel suo destino personale, tutto parla di morte. La morte si percepisce anche, e in maniera perfino più incisiva, nel decadimento dell’ospedale, nella degenerazione affaristica dei membri del sindacato, nel vaniloquio falsamente tecnico dell’amministratrice, nella malcelata avidità del sacerdote che vorrebbe trasformare in occasioni di lucro i segni di una devozione ormai estinta. Vanitas vanitatum: ciò che circonda Remy, a parte quella vera e propria isola di genuinità e di affetti raccolta intorno a lui, parla di morte. Quello che vediamo, i segni dell’uomo, i suoi presunti valori, la sua casa e la sua terra, tutto documenta una immane ruina. Nelle immagini del crollo delle Torri gemelle, un mondo intero appare sul punto di dissolversi: il grande impero americano, la religione cattolica, le speranze di una generazione che aveva creduto nella possibilità di una palingenesi della società, che aveva giudicato “formidabile” l’eccidio di massa della rivoluzione culturale cinese, che aveva scelto il sistema della sanità pubblica, e che ora si trova a fare i conti col fallimento di quelle illusioni. Per Remy, ma anche per tutti coloro che gli sono stati compagni in questo momento supremo, tutto è ormai compiuto. Nessun riscatto possibile, nessuna salvezza li attende. Con Remy, muore un’intera generazione, con lui finisce un’epoca. Il nuovo che avanza ha l’aspetto tetro ed inquietante, tumultuoso e sconvolgente, delle invasioni barbariche. Sarà un mondo senza religione e senza impero, senza utopie politiche e senza grandi battaglie ideali, alla mercè delle scorrerie dei nuovi barbari.
Al termine del film, il maturo professore in agonia, dopo essersi dedicato con costanza alla melete thanatou, ad “esercitarsi a morire”, ha finalmente imparato a morire. Se ne va con compostezza, con serenità, con una dignità in precedenza offuscata dall’ipocrisia e dall’inganno. Dopo aver a lungo cercato qualcosa per cui vivere, senza riuscirvi, sul limitare della propria vita egli ha trovato il modo più conveniente per morire.

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