Umberto Curi – Recensione “Il mestiere delle armi” di Ermanno Olmi

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“Il mestiere delle armi” (2001) di Ermanno Olmi

di Umberto Curi

 

“Le nuove armi da fuoco cambiano le guerre, ma sono le guerre che cambiano il mondo”. Così si esprime Pietro Aretino, commentando il ritrovamento di una pallottola di archibugio spiaccicata nell’armatura di Giovanni de’ Medici. Nessuno scandalo, dunque, né l’indignazione che, viceversa, traspare dall’espressione del generale che ha dovuto prendere atto dell’ uso sempre più diffuso di armi diverse da quelle caratteristiche del tradizionale universo cavalleresco. Ma solo la fredda comprensione dell’inesorabilità con la quale si impongono alcuni mutamenti di fondo nell’arte della guerra, e insieme la consapevolezza del fatto che, per quanto profondi possano essere tali mutamenti, la guerra è destinata a rimanere il principale fattore di trasformazione.
In questa “dialettica” fra permanenza e cambiamento, fra l’avvento di un nuovo kosmos, ispirato ad un sistema di valori più prosaico e brutale, e la sia pure minoritaria e infine sconfitta persistenza di un mondo ancora permeato di ideali di lealtà e coraggio, si articola l’assorta meditazione condotta nel film. Le riprese notturne, la penombra degli interni, l’insistente caligine che offusca le poche sequenze diurne, l’espressione mesta, presaga di morte, dei diversi personaggi, la desolazione del paesaggio autunnale, il gelido squallore degli ambienti, perfino l’intonazione dei dialoghi appena bisbigliati, mai gridati, sempre privi di enfasi, testimoniano che ciò che il film descrive è un crepuscolo, il malinconico commiato da un mondo irrimediabilmente tramontato, l’ormai definitivo declino di un’epoca nella quale il “mestiere delle armi” coincideva col servizio ad una causa, con la dedizione schietta agli impegni assunti, con l’indisponibilità a piegarsi a qualunque compromesso. Un’epoca nella quale l’avversario era affrontato a viso aperto, sul campo di battaglia, misurando la propria virtù nel faccia a faccia quotidiano con la morte. Il nuovo che avanza ha la pesantezza inerte del piombo, la volgarità del sordo boato delle colubrine, il tanfo inconfondibile della doppiezza, il sapore acre del tradimento, il gretto opportunismo della politica.

Il testo completo è disponibile nel volume Ombre delle idee, editrice Pendragon, Bologna, 2002

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