Umberto Curi – Recensione “Collateral”

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“Collateral” ed una missione spezzata dalla forza dell’amore 

Tom Cruise come l’ira di Dio

 di Umberto Curi

Quando Vincent (Tom Cruise) compare in scena per la prima volta, di lui non si sa nulla.
Se non che – letteralmente – viene dal cielo. Questa provenienza è per così dire costantemente ricordata all’interno del film dal ricorrente impiego di inquadrature dall’alto, come se l’occhio che osserva ciò che accade e che descrive lo svolgersi dei fatti fosse in alto, oltre la cima dei tanti grattacieli scintillanti di luci della metropoli statunitense in cui è ambientata la vicenda. Questa provenienza, di per sé apparentemente inspiegabile, è in realtà coerente col ruolo che il protagonista dovrà svolgere.
Come è confermato da numerosi altri passaggi della vicenda, fin dall’inizio Vincent si presenta, e resta, come uno straniero, rispetto al mondo nel quale è stato inviato. Egli viene da fuori. A quella città, a quel mondo, a quel microcosmo egli è estraneo. La sua è una vera e propria parousia, e dunque una presenza che non coincide semplicemente con una venuta, ma che è piuttosto un ritorno – l’avvento di qualcuno che giunge per portare a compimento una missione. L’archetipo classico di questa figura è il “morto che ritorna”, e più esattamente il morto che ritorna per vendicarsi – figura della quale anche il Cristo è espressione. Depositario di una missione, e dunque esecutore della volontà di qualcuno che lo ha inviato, Vincent dovrà essere lo strumento attraverso il quale possa realizzarsi un disegno che in larga misura lo trascende.
Tutto ciò rende evidente quale sia la peculiarità della missione assunta da Vincent: dietro la facciata di omicidi su commissione, si intravede sempre più nitidamente che la molla di quelle uccisioni, non è il denaro (del quale non si fa mai alcun cenno), né ancor meno una sete di sangue fine a se stessa, ma la vendetta. Vincent (etimologicamente: vincit-ense, “colui che vince con la spada”) si rivela come Vindex. Vin-dex è colui che interviene ripristinando la dike, la giustizia, intesa non come semplice “equità” di condizioni fra soggetti umani contendenti, ma assunta piuttosto in senso cosmologico, come armonia e misura del mondo. Vindex è colui che rimedia ad uno squilibrio, che compensa, e dunque annulla, una asimmetria. Del tutto irriducibile alla realizzazione di una sorta di giustizia privata, la parousia di Vincent è finalizzata alla restaurazione di un ordine infranto.
Di qui, allora, il fatto che questo straniero, il quale giunge dal cielo, con l’obbiettivo di realizzare una missione, che deve essere compiuta prima che venga il giorno, e che si presenta come una vendetta – questo straniero ha le sembianze dell’angelo sterminatore di cui si legge nell’Apocalisse. Su Los Angeles, nuova Babilonia, si abbatte l’ira di Dio. Su quel “covo di demoni, carcere di ogni spirito immondo, di ogni uccello impuro, di ogni animale detestabile”, si abbatte la furia della vendetta divina. “Guai, guai, o città grande… città potente, in un momento è giunto il tuo castigo!”. Nei confronti di un’umanità squallida e degradata, avida di denaro e ipocrita, quale è quella descritta nel film, l’arrivo di Vincent sembra avvenire all’insegna delle ultime parole del grande libro di Giovanni: “Fuori i cani, i venèfici, gli impudichi, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna!”.
Per quanto pervertita fino a rovesciarsi di segno, fino ad assumere i connotati di una strage sanguinosa e spietata, la “missione” alla quale Vincent cerca di corrispondere ha la grandezza diabolica di un atto di riparazione che pretende di presentarsi come realizzazione di una giustizia cosmica. Si affaccia qui il secondo tema dominante in quest’opera così intensa e coinvolgente, vale a dire una originale ripresa della tematica del doppio. Sbucato dal nulla come Vincent (nel suo caso, dal buio di un garage), anche Max, l’autista del taxi che trasporta il killer, si presenta come individuo privo di storia alle spalle, se non quella – in larga misura fittizia – che egli racconta alla giovane donna sulla quale vorrebbe far colpo. Il suo incontro con Vincent si propone subito con le caratteristiche di una peripezia destinata a mutare il corso della sua vita, ma anche come appuntamento con l’altro se stesso – con ciò che in una certa misura egli da sempre avrebbe voluto essere. Poco alla volta, anche nelle immagini (sempre meno in controcampo, sempre più tendenzialmente sovrapposte) le due identità tendono a coincidere, i due destini finiscono per intrecciarsi. Man mano che la “missione” di Vincent procede, il rapporto fra i due diventa più stretto, fino ad assumere la forma di una vera e propria identificazione.
Raggiunto questo climax, nel quale l’iniziale lontananza fra i due (un forestiero e un cittadino, un bianco e un nero, un cliente e un taxista, un ricco e un povero, un assassino e un non violento) si trasforma nella loro intercambiabilità, questo processo si rovescia. Il punto di catastrofe (vale a dire, letteralmente, di “capovolgimento”), si consuma appunto tramite l’immagine di un rovesciamento: spinto ad alta velocità, il taxi si capovolge. Le modalità di fuoriuscita dall’auto dei due uomini, ciascuno per proprio conto, l’uno da una parte, l’altro da quella opposta, testimoniano visivamente non solo che il sodalizio creatosi durante il lungo viaggio notturno nella città si é infranto, ma che anche i ruoli rispettivi si sono rovesciati. Ora i due non sono più in sequenza, l’uno davanti all’altro, ma si fronteggiano, l’uno contro l’altro. Non solo: ad assumere le vesti del killer – sia pure sospinto dal desiderio di salvare l’amata – sarà ora Max. A questo punto, l’epilogo è scritto.
Al termine di un’affannosa rincorsa, il rovesciamento delle parti raggiunge il suo compimento: il “pacifico” Max uccide Vincent. Vicit Amor. Su tutto, sulla missione vendicativa di un diabolico angelo sterminatore, sulle miserie umane, sulla latente viltà dell’autista, sulle bassezze di un’umanità descritta senza indulgenze in tutto il suo squallore, prevale alla fine la forza dell’amore.

 

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