Umberto Curi – Recensione “Brokeback Mountain”

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Il Mattino di Padova, 01.02.2006

Il film di Ang Lee racconta la perdita di un tempo dove non si può tornare
Brokeback Mountain, nostalgia assoluta

di Umberto Curi

Nostalgia. Letteralmente: «dolore per il ritorno». Dove è evidentemente sottinteso che quel dolore dipende dal fatto che il ritorno è impossibile. E’ il sentimento che spinge Ulisse a non cedere ad alcuna pressione, di minacce o di lusinghe, pur di non rinunciare alla prospettiva di ritornare a casa. E’ il sentimento che, in gradi diversi, accomuna tutti coloro che, per un periodo più o meno lungo, devono recarsi lontano dai loro affetti. Ma vi è subito una precisazione importante da fare. Quando si tratti semplicemente di «luoghi», il ritorno è sempre possibile, e dunque sempre possibile è trovare un rimedio per il dolore della nostalgia. Non è così quando si voglia non soltanto ritornare in un luogo nel quale siamo già stati, ma riguadagnare un tempo che si sia perduto. Ciò che rende acuto, fino ai limiti della malattia, il dolore di cui dice la nostalgia, è la consapevolezza di un tempo che non ci appartiene più, al quale non posso in ogni caso sperare di ritornare. Massimo è il dolore che è inscritto nella nostalgia, quando affiora la divaricazione fra uno spazio possibile da percorrere e un tempo impossibile da recuperare.  Fin dalla primissima inquadratura, fin dalla panoramica di una grande prateria appena rischiarata dall’incerta luce dell’alba e solcata ancora dai fari di un camion, ben prima che la storia narrata abbia inizio, l’emozione più forte provocata da Brokeback Mountain è un forte, nitido, inconfondibile sentimento di nostalgia. In questo sentimento ci troviamo immediatamente immersi senza sapere perché, senza poter capire da che cosa possa essere suggerito. In quel luogo non siamo mai stati. Quel tempo non lo abbiamo mai vissuto. Eppure, questo esordio apparentemente banale impone subito quale principale registro emotivo un malessere indistinto, il senso ancora confuso di una mancanza, la piccola ma acuminata stilettata di una sofferenza che sarà poi destinata a crescere nel corso del film. Prima ancora che compaiano sulla scena i due personaggi principali della vicenda, anonime figurine sullo sfondo desolato di un paesino battuto dal vento, in una località sperduta del Wyoming, si avverte che ciò a cui si sta per assistere non condurrà in luoghi lontani, ma sospingerà indietro nel tempo.  Tutto ciò è confermato dalle immagini che segnano lo sviluppo immediatamente successivo della vicenda. Gli scenari che si squadernano davanti ai nostri occhi, torrenti e cascate, creste rocciose e distese di prati, brulicare di pecore e quieto incedere di cavalli, nuvole che solcano veloci un cielo color cobalto, spazi liberi a perdita d’occhio e silenzi intatti, non sono affatto immobili, non sono contemplati in una presunta idilliaca fissità. Al contrario, essi si presentano già carichi di affetti, evocano già nel loro darsi attuale l’impressione di una perdita, il disagio di qualcosa che compare solo per scivolare via, per essere inghiottito da quel non più che è il passato. Brokeback Mountain non è una località geograficamente definita. E’ un luogo della coscienza, al quale si può accedere con la memoria e il sentimento, ma che non può mai essere davvero recuperato, se non in quel transito ininterrotto – dal futuro al passato attraverso il presente – sempre accompagnato dalla dolorosa consapevolezza della irreparabile fugacità del tutto. Brokeback Mountain è uno stile di vita, un modo per misurare se stessi, un riaffondare nella ruvida genuinità dei bisogni elementari. E’ dormire sotto le stelle, riscaldarsi di fronte alla legna che arde, sprofondare nella neve fresca, nutrirsi della carne di un animale abbattuto mediante la caccia, lavarsi con l’acqua di un torrente. In una parola, è la metafora di una dimensione di vita ormai perduta, e in particolare di un’America ormai inattingibile. Sebbene siano abbigliati nello stesso modo, e facciano lo stesso mestiere. Sebbene si trovino nella condizione di riprodurne i modi di vita, Jack e Ennis non sono, non possono essere, i cowboys di un tempo, gli avventurieri della nuova frontiera, i colonizzatori di un nuovo mondo. Per loro, il West resta irrimediabilmente far – un «lontano Occidente», a cui non è più possibile ritornare. Per entrambi, tuttavia, quel mondo perduto e irraggiungibile è il simbolo di una tensione inappagata e incancellabile, la molla che li costringe a cercare negli stessi luoghi un tempo irrecuperabile. In questo film, l’impossibile ritorno indietro nel tempo è detto attraverso il racconto di un amore impossibile. Nulla di provocatorio né tanto meno di vagamente pruriginoso. Né Ennis né Jack sono gay. Lo sottolinea con rabbia il primo, all’indomani della notte in cui è avvenuto il primo amplesso. Lo conferma il secondo, quasi ad allontanare da sé ogni possibile imputazione seduttiva. Lo confermano entrambi con una vita matrimoniale perfettamente normale, nella quale rientra perfino la possibilità di un adulterio. La forza dell’apologo suggerito nel film è che i due si amano non già deprimendo o indebolendo la loro mascolinità, ma al contrario proprio nella massima valorizzazione di virtù virili (dove la vir-tus, il valore maschile, è per l’appunto ciò che si addice al vir), incarnando fin in fondo quel modello di maschio rude e impavido che si esprime nell’immagine tradizionale del cowboy. Per poter dare sostanza alla nostalgia che percorre per intero il film, per dare enfasi all’irrecuperabilità del tempo perduto, Ang Lee si avvale dell’impossibilità della storia d’amore fra i due come metafora di quella ancora più radicale impossibilità, che è costituita dal ritornare indietro nel tempo. Brokeback Mountain non è solo lo «scenario» nel quale prende forma l’amore fra Ennis e Jack. Essa è il loro amore. Con esso coincide, in esso si risolve, e alla fine anche si dissolve.  La nostalgia che percorre tutto il film di Ang Lee si scioglie infine nell’epilogo in una compiuta e perfetta disperazione. Non è possibile tornare a Brokeback Mountain. Se quel «luogo» è ancora accessibile, quel «tempo» – l’unico tempo capace di trasformare quel luogo in una dimensione autentica di vita – è irrecuperabile. Il dolore per il ritorno è irrimediabile. A testimonianza di questa amara verità, restano soltanto due camicie di flanella sovrapposte e la cartolina di un remoto luogo della coscienza chiamato Brokeback Mountain.

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