Umberto Curi – Recensione “American Beauty” di Sam Mendes

pantareiU. Curi | Testi0 Comments

“American Beauty” (1999) di Sam Mendes

di Umberto Curi

“La bellezza splendeva di vera luce lassù fra le essenze, e anche dopo la nostra discesa quaggiù possiamo afferrarla, luminosa e brillante, con il più luminoso dei nostri sensi…Solo alla bellezza fu accordato il privilegio di essere la più percepibile dai sensi e la più amabile di tutte”. Tracce della vera bellezza si ritrovano dunque diffuse nel mondo sensibile, e possono essere scoperte mediante la vista. Soltanto pochi, tuttavia, sono in grado di discernerne la presenza. La maggior parte “la guarda senza venerazione e, arrendendosi al piacere, come una bestia, si lancia a seminare figlioli, o abbandanatosi agli eccessi, non prova timore o vergogna a perseguire piaceri contro natura” (PLATONE, Fedro, 250 d-e). Duplice, insomma, è l’atteggiamento che è possibile avere nei confronti della bellezza: da un lato essa può ispirare una vera e propria re-denzione – il ritorno dell’anima verso il dominio delle pure essenze. Dall’altro, all’opposto, essa può suggerire di immergersi ancora più profondamente nell’effimero mondo della sensibilità, trasformando quindi l’uomo in una bestia, incline ad abbandonarsi ad ogni eccesso.
Ancora più nitidamente, la radicalità di questa alternativa è indicata da Plotino: “è necessario che colui che vede la bellezza dei corpi non corra ad essi, ma sappia che esse sono immagini [eikones] e tracce [ichne] e ombre [skiai] e fugga verso quella bellezza di cui essi sono immagini” (PLOTINO, Enneadi, I, 6, 8, 5-9). Chi non voglia seguire questa strada, che incessantemente riconduce dal sensibile all’intelligibile, dal mondo delle pure eikones verso il regno della bellezza in sé, sarebbe simile a colui che pretese di afferrare la propria immagine riflessa nell’acqua, finendo per precipitare in essa. A questo modello negativo, a questo Narciso, col quale ciascuno di noi si identifica non appena tenda verso le bellezze corporee, occorre invece contrapporre la condotta di colui che – come Odisseo – pur “vivendo in mezzo ai piaceri della vista e a bellezze sensibili di ogni specie”, era sfuggito alla maga Circe e alla ninfa Calipso, per intraprendere il ritorno verso la “cara patria” (ivi, 18-22).

 Il testo completo è disponibile nel volume Ombre delle idee, editrice Pendragon, Bologna, 2002.

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