Umberto Curi – Quell’attacco di Darwinfobia

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Il Mattino di Padova, 07.12.2005

Colpita la Moratti, contagiato il governo. Ma è un morbo stupido

Quell’attacco di Darwinfobia

Umberto Curi

GLI INSEGNANTI NON POTRANNO FARE RIFERIMENTI ALL’EVOLUZIONE

 La polemica fra laici e cattolici, infiammatasi soprattutto in occasione del referendum sulla procreazione assistita, sembra destinata ad inasprirsi ulteriormente, inaugurando nuovi terreni di conflitto. Da un lato, come peraltro era largamente prevedibile, dopo l’esito del referendum si è ricominciato a parlare di una possibile abrogazione della legge che disciplina l’interruzione volontaria di gravidanza. Dall’altro lato, alcune rivelazioni comparse sulla rivista «micromega», relative alla misteriosa vicenda collegata alla commissione nominata dal ministro Moratti, hanno rilanciato il dibattito a proposito della teoria evoluzionistica di Darwin. Poiché sulle valutazioni di merito stanno prevalendo le logiche degli schieramenti e delle appartenenze, può essere utile cercare di ricostruire quali siano gli aspetti più significativi della controversia.  Con un decreto legislativo varato nel febbraio del 2004, nei programmi di insegnamento delle scuole medie veniva cancellato ogni riferimento esplicito alla teoria dell’evoluzione. In termini molto concreti, agli adolescenti fino ai 14 anni gli insegnanti non saranno più tenuti a parlare né del lento processo che ha condotto alla comparsa della vita sulla terra, né della dinamica evolutiva che riguarda tutte le specie viventi. Al bando anche qualunque accenno all’evoluzione della terra e alle ipotesi, già consolidate dal punto di vista strettamente scientifico, riguardanti la nascita dell’universo. Tutto ciò dovrà essere sostituito con alcune generiche informazioni intorno all’origine del mondo secondo il cristianesimo e le altre religioni, a partire dall’assunto – esplicitamente citato in questi termini – secondo il quale «Dio è creatore e padre di tutti gli uomini».  Gli aspetti inquietanti di questa vicenda sono molti. Il primo è l’idea che i contenuti dell’insegnamento, in particolare su argomenti importanti e insieme delicati quali quelli ora menzionati, possano essere stabiliti per decreto. Come se fosse compito di un ministro (nel caso, Letizia Moratti), o peggio ancora delle burocrazie ministeriali, decidere che cosa sia o meno accertato dal punto di vista scientifico, e che cosa debba costituire materia di studio.  In secondo luogo, preoccupa constatare che la modifica dei programmi è stata introdotta a soli due anni da un analogo provvedimento assunto in numerosi stati degli Usa, dove è stato abolito ogni accenno alla concezione elaborata da Charles Darwin, contrapponendo ad essa una impostazione di tipo creazionista. Quin di un acritico allineamento del nostro paese a quanto accade oltre Oceano.  E’ fonte di vero e proprio turbamento, in terzo luogo, constatare quanto sia ancora largamente diffuso un pregiudizio che è invece totalmente privo di fondamento, vale a dire l’idea che scienza e fede si dispongano per così dire sullo stesso piano, in modo da poter agire l’una come conferma ovvero come smentita dell’altra. Sostituendo all’insegnamento della teoria darwiniana la concezione creazionista, coloro che hanno elaborato i programmi ministeriali dimostrano di non aver ancora capito una verità fondamentale. E cioè che, qualunque sia l’esito a cui può approdare lo sviluppo della ricerca scientifica, quali che siano i risultati (fra l’altro, sempre parziali e provvisori) da essa conseguiti, la fede resta una scelta, o una condizione, che non cerca e non ha bisogno di alcun «sostegno» di carattere razionale, ed è perciò del tutto indipendente da quanto questa o quella teoria possono sostenere. Sebbene siano passati quasi quattro secoli, agli zelanti censori del darwinismo occorrerebbe ricordare l’esperienza già compiuta con Galilei, quando la pretesa di imporre per decreto (in quel caso, della Santa Inquisizione) le verità scientifiche, finì per ritorcersi contro la Chiesa che lo aveva voluto. In questo scenario generale, colpisce infine il commento imperturbabile della Moratti, di fronte alle proteste di alcuni luminari della scienza italiana, dal Nobel Dulbecco a Margherita Hack. Ribadendo la bontà della scelta fatta, la ministra ha infatti sostenuto che è preferibile insegnare ai bambini le «narrazioni fantastiche» i «grandi miti delle origini», piuttosto che fornire loro una informazione sommaria di teorie scientifiche ancora controverse. Come se, ancora una volta, vi fosse contrapposizione o, peggio ancora, incompatibilità fra l’una cosa e l’altra. Come se i racconti cosmogonici fossero in contraddizione con la teoria dell’evoluzione. Come se, per parlare di Esiodo o della mitologia greco-latina, fosse necessario tacere di Darwin. E’ difficile immaginare quali possano essere state le ragioni che hanno portato all’esclusione della teoria di Darwin dall’insegnamento nelle scuole medie.  Per spiegare questo attacco di darwinfobia, non resta, allora, che affidarsi ad alcune congetture, più o meno scherzose. La prima è che la Moratti e i suoi colleghi di governo siano rimasti terrorizzati dall’aver scoperto che Marx avrebbe voluto dedicare «Il Capitale» proprio a Darwin. Pur non essendo in grado di capire le ragioni di questa dedica, e magari ignorando che essa fu poi rifiutata, onde evitare il diffondersi nelle scuole del pericoloso contagio marxista, avrebbero pensato bene di eliminare il problema alla radice. Un’altra ipotesi è che alcuni personaggi dell’attuale compagine governativa abbiano temuto di poter essere additati quali conferme della tesi della derivazione dell’uomo dalla scimmia. Più seria è, infine, un’ultima congettura. Alla base della teoria della selezione naturale vi è un assunto – derivato dalla biologia di fine Settecento e ripreso da Darwin attraverso Malthus – della «lotta per l’esistenza». La generalizzazione di questa tesi ha condotto, nel Novecento, alla diffusione di quel «darwinismo sociale» a cui si sono spesso ispirati (magari a sproposito) molti movimenti di orientamento rivoluzionario o progressista. Forse, è questo – lo spettro di una ripresa di una conflittualità sociale da troppo tempo sopita – il Darwin che turba le notti di coloro che ci governano.

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