Umberto Curi – Politica e questione morale

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Il Mattino di Padova, 19.01.2006

I “distinguo” con Berlinguer nell’autobiografia di Napolitano

Politica e questione morale

di Umberto Curi

Dal punto di vista tipologico, il libro di Giorgio Napolitano (Dal Pci al socialismo europeo. Un’autobiografia politica, Laterza, Roma-Bari 2005, pp. 346, 22 euro) appartiene ad un filone abbastanza ricco di testi, costruiti sostanzialmente mediante la correlazione fra due livelli. Da un lato, il piano della microstoria individuale, resa attraverso la delineazione della propria autobiografia intellettuale e politica. Dall’altro, la ricostruzione di uno scenario più ampio, quello della macrostoria, riguardante in questo caso specifico i sessant’anni che intercorrono fra il 25 luglio del 1943 e i primi anni del nuovo millennio.  Pregio indiscutibile del libro di Napolitano è l’equilibrio davvero ammirevole col quale sono fra loro raccordati questi due livelli, evitando gli opposti pericoli di una esclusiva valorizzazione o di una cancellazione della vicenda individuale, rispetto al quadro storico generale. Tutto ciò viene altresì conseguito giovandosi di uno stile sobrio ma insieme colorito, rigoroso ma mai arido o pedante, denso di risonanze emotive, oltre che sempre sorvegliato nella precisione del racconto. In una certa misura, si potrebbe perfino affermare che questo libro rivela un vero e proprio talento narrativo, lontano dalle pesantezze erudite di tanta saggistica storica, e insieme animato da una mai spenta passione civile.  Nei dieci capitoli in cui il libro è scandito, Napolitano ripercorre con grande incisività alcune fra le fasi salienti della storia del Pci dal secondo dopoguerra, fino alla nascita della nuova «cosa», sancita con la trasformazione in prima in Pds e poi in Ds. Particolarmente interessante è la trattazione del lungo travaglio interno conseguente ai fatti di Ungheria e alla repressione sovietica della primavera di Praga; la descrizione della complessa problematica affiorante soprattutto dopo il 1968, sul piano dei rapporti fra intellettuali e partito; la limpida ricostruzione della fase che condusse gradualmente alla svolta della Bolognina, e al conseguente approdo postcomunista della formazione politica fondata da Antonio Gramsci.  Fra i molti, uno dei temi certamente più significativi, anche per la loro attualità, è quello che riguarda la cosiddetta questione morale. Napolitano individua con molta nettezza i presupposti di carattere teorico-politico che hanno spinto Enrico Berlinguer a porre con tanta energia questo problema al centro dell’iniziativa politica del Pci all’inizio degli anni ottanta. Non già una indebita confusione fra due ambiti – quello della morale e quello della politica – che sono e non possono che restare fra loro distinti, anche se comunque connessi, quanto piuttosto la comprensione del carattere strutturale, intensivamente politico, dell’intreccio perverso tra politica e affari. Non dunque un fenomeno di mera «corruzione», valutabile dunque sul piano del costume o della condotta di singoli, ma piuttosto un fenomeno che affondava e affonda le sue radici nei rapporti strutturali fra il mondo della politica, quello dell’economia e quello della finanza. Proprio indagando la genesi storica della questione morale, Napolitano mette in luce fino a che punto essa costituisca un problema oggettivo, non una questione soggettiva. Qualcosa che non dipende minimamente dal «mos» (da cui appunto «morale»), dal «costume», dei singoli, i quali, della loro «moralità» dovranno rendere conto alla loro coscienza, o al Padreterno, ma dipende piuttosto dalle regole materiali che governano i rapporti fra la cosiddetta società civile e il sistema politico, dai comportamenti di grandi soggetti collettivi, come banche, imprese, corporazioni, dei quali i responsabili devono rendere conto alla magistratura e alla pubblica opinione.  Da questo punto di vista, l’autore lascia intendere che, sia pure con le migliori intenzioni, l’espressione coniata da Berlinguer ha contribuito a rendere meno chiaramente intelligibile la peculiarità di una questione, che sarebbe stato invece necessario analizzare con grande rigore, al di fuori di una prospettiva rivelatasi infine deformante. Nell’impossibilità di accennare ai numerosi altri spunti di grande interesse contenuti in questo libro davvero appassionante, non si può omettere di ricordare quale sia il presupposto che, sia pure quasi sempre in forma implicita, sostiene la suggestiva ricostruzione storica proposta dall’autore. E’ quello che è compendiato in una citazione che compare nell’ultima pagina del testo, là dove Napolitano richiama una affermazione dello scrittore a lui più caro, vale a dire Thomas Mann, nella quale si dice che «la politica racchiude in sé molta durezza, necessità, amoralità… ma non potrà mai spogliarsi del tutto della sua componente ideale e spirituale, mai rinnegare completamente la parte etica e umanamente rispettabile della sua natura». Di questo modo di concepire e vivere la politica, Giorgio Napolitano è stato per oltre 60 anni (e continua ad essere), come questo libro limpidamente dimostra, una testimonianza vivente.

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