Umberto Curi – Pensieri italiani

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Enciclopedia multimediale delle scienze filosofiche
in collaborazione con l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici
presenta: il grillo (1 febbraio 2002)

PENSIERI ITALIANI

 Gli studenti del liceo classico “Orazio” di Roma incontrano il filosofo UMBERTO CURI

Premessa

Può la filosofia farsi specchio della vita degli uomini? Può raccontare la loro storia? E’ certamente accaduto quando la filosofia ha iniziato la propria strada nella città greca; Socrate, i sofisti, Platone, Aristotele portano nell’agorà, nel centro pulsante della città, le idee, i pensieri, le aspirazioni di un popolo, quello greco, che segnerà l’intera storia dell’Occidente. E l’Occidente non potrà che seguire la strada aperta dai Greci, penserà nel quadro delle loro categorie.
Ma è altrettanto per noi? E’ vero per l’Italia? C’è una filosofia, una tradizione filosofica attraverso cui decifrare i tratti della nostra identità? Una filosofia in grado di raccontare la nostra storia, come ad esempio può fare la letteratura, che mostra il nostro modo di vedere, di sentire, di valutare le nostre aspirazioni, le scelte collettive?
Che cosa passa di noi nell’Umanesimo, il pensiero del Rinascimento, nella filosofia sociale e politica del ‘700 e dell’800, nello spiritualismo, nello storicismo? E che cosa passa di noi negli orientamenti di oggi, nei molteplici, forse disordinati pensieri, che tentano di dare voce al nostro pensiero?
L’Italia – diceva Vincenzo Gioberti alla metà dell’800 – è un desiderio e non un fatto; è un presupposto e non una realtà; è un nome e non una cosa. E tuttavia questo desiderio, questo nome, si sono fatti nazione.
Il pensiero, l’elaborazione filosofica, ha lasciato il cielo della teoria per scendere sulla strada della storia, ma forse, si è trattato soltanto di un momento, di un passaggio fugace.

Studente: Professore, nel filmato abbiamo visto la figura di Leopardi. Mi chidevo: com’è possibile inquadrare un poeta nell’ambito della filosofia italiana e come si può paragonare la poesia al pensiero filosofico?

Curi: Naturalmente si potrebbe rispondere dicendo che è fondamentale intendersi anzitutto intorno a ciò che è la filosofia e quindi al rapporto tra la filosofia e la poesia. Non dimentichiamo che in origine queste distinzioni, che a noi sembrano così nette, così chiare, tra la poesia e la filosofia, erano molto più sfumate; in fondo grandi poeti dell’antichità – io penso ai grandi tragici, soprattutto Sofocle, lo stesso Euripide – sono, io credo, da annoverare anche tra i grandi pensatori dell’età classica, esattamente come Leopardi credo che si possa dire appartiene a pieno titolo alla storia della filosofia italiana. Badate, non già perché sia importante stabilire attraverso quale forma espressiva, cioè quella della poesia o quella della prosa, o meglio, quella della rima o quella del discorso in prosa, il pensiero viene espresso, ma perché fondamentale, per capire se siamo in presenza di un filosofo – anzi, trattandosi di Leopardi credo che sia giusto dire di un grande filosofo – è comprendere le questioni intorno alle quali si interroga e non c’è dubbio che Leopardi è uno degli autori che si è proposto le grandi questioni che riguardano la condizione umana.

Studente: Professore, che rapporto c’è tra il pensiero italiano e la tradizione classica, greca in particolare?

Curi: Qui ci possiamo riferire ad un altro aspetto, anche del filmato da cui siamo partiti e cioè al momento, questo momento di grande fermento culturale, prima ancora che strettamente filosofico, che è stato l’Umanesimo italiano. L’umanesimo italiano ha avuto certamente il merito di riportare con forza l’attenzione sulla vitalità e sulla perennità della tradizione classica, latina ma soprattutto greca, tra l’altro contribuendo a sottrarre ad un oblìo precoce alcuni autori che durante il periodo della filosofia scolastica, quindi fino a tutto il 1300, erano stati in parte, almeno, dimenticati. Pensiamo all’importanza, ad esempio, che ha avuto l’umanesimo per la ripresa d’interesse e di attenzione per le traduzioni che sono state fatte delle opere di Platone e anche per la rinascita di una tradizione così vitale e così importante per tutta la storia della filosofia occidentale, quale è la tradizione del neo-platonismo. Credo che il periodo dell’umanesimo sia stato proprio uno dei periodi che, io credo, andrebbe ristudiato anche con maggiore attenzione, troppo spesso considerato rilevante soltanto dal punto di vista strettamente letterario, mentre penso che sia stato anche un crociolo importante dal quale poi sono emersi alcuni degli orientamenti più significativi della filosofia moderna.

Studente: Professore, volevo sapere: quale rapporto cìè tra la filosofia italiana e la cultura europea? E non crede che tra l’800 ed il ‘900 la filosofia italiana abbia avuto sviluppi poco importanti?

Curi: Per quanto riguarda il primo aspetto, il rapporto tra la filosofia italiana e la filosofia europea, anche qui io credo che i grandi autori della tradizione italiana sono a pieno titolo, appartengono – diciamo così – alla grande tradizione della filosofia europea. Proviamo a pensare ad alcuni nomi: non dimentichiamo che appartiene alla tradizione filosofica italiana anche un autore come San Tommaso o, per giungere invece agli inizi dell’età moderna, Giordano Bruno oppure, per andare più avanti – ne abbiamo appena visto l’immagine – Giacomo Leopardi oppure, nel corso del Novecento, un autore importante come Giovanni Gentile; non dimentichiamo, l’avevo saltato in questa ricostruzione di carattere storico-cronologico, una figura così significativa qual è quella di Giambattista Vico. Bene, questi autori che abbiamo nominato non sono da intendersi, non possono essere interpretati riduttivamente come autori italiani; appartengono a pieno titolo alla tradizione europea. In questo senso c’è almeno una componente, c’è un filone – sia pure non omogeneo – di filosofia italiana che ha la dignità, il rango per potersi misurare con gli esiti più significativi della filosofia europea.
Poi c’è sicuramente -nella domanda era accennato – ci sono fasi, ci sono momenti, ci sono autori come accade certamente nel passaggio tra Ottocento e Novecento, in cui invece si avvertono appunto, maggiormente, le tracce di una impronta -starei per dire – autoctona della nostra filosofia, incapace quindi di avere questo respiro di carattere europeo, di carattere internazionale.

Studente: Professore, ore le vogliamo proporre un breve brano, tratto da un’opera di Giordano Bruno:

Ho combattuto, ed è tanto. 
Ritenni di poter vincere, ma natura e sorte, studio e sforzi repressero. 
Ma già è qualcosa essere sceso in lotta, poiché vedo che in mano al Fato è la vittoria. Fui in me quanto era possibile e che nessun venturo secolo potrà negarmi ciò che di proprio un vincitore poteva dare: non aver avuto timore della morte; non essersi sottomesso, fermo il viso, a nessuno che mi fosse simile; aver preferito morte coraggiosa a vita pusillanime.

Studente: Ecco, io volevo sapere: che posto occupa il pensiero eterodosso nella filosofia italiana, e come si guarda oggi all’opera di Giordano Bruno?

Curi: Io penso che ogni pensiero, ritengo che ogni pensiero vero, autentico, sia eterodosso. Provate a pensarci: se è vero che eterodossia vuole dire sostenere una doxa, un’opinione, un punto di vista altro rispetto a quello dominante, io credo che la filosofia sia intrinsecamente eterodossa, nel senso che proprio compito della filosofia, caratteristica della filosofia, è quello di andare contro le opinioni consolidate, non per stravaganza, ma proprio perché la filosofia in fondo si risolve nell’essere questa interrogazione radicale che non accetta nulla come conformisticamente già consolidato. Da questo punto di vista un grande autore, certamente un grande autore, non solo di statura europea, ma che va riconosciuto – e credo, ancora rivalutato – è proprio Giordano Bruno. Pensate: in Giordano Bruno poi rientra una buona parte delle questioni delle quali abbiamo discusso finora, perché in Giordano Bruno è evidente il ruolo significativo che assume il riferimento alla tradizione classica. Pensiamo anche soltanto all’importanza, nel pensiero di Giordano Bruno, di un concetto come quello di “eroico furore”, che richiama temi platonici fondamentali come quello dell’eros, perché Giordano Bruno è autore che per primo sottolinea l’importanza di un’attitudine intellettuale che direttamente prelude all’atteggiamento scientifico del Seicento.
Qui, tra l’altro, credo che possa essere opportuno sfatare un luogo comune che invece è molto diffuso: Giordano Bruno è conosciuto anche – e in qualche caso soprattutto – per i suoi scritti dedicati alla magia; egli è stato, come sappiamo tutti, condannato e arso vivo a Campo de’ Fiori perché eretico e mago. Bene: molto spesso noi abbiamo la convinzione che la magìa sia espressione di un atteggiamento irrazionale, come tale in contraddizione diretta rispetto all’atteggiamento della scienza; in fondo, è convinzione comune che tra magìa e scienza ci sia un rapporto di mutua esclusione. Non è così e, se non è così, noi lo dobbiamo proprio alla riflessione di Giordano Bruno che ha mostrato – ci sono alcuni passi molto interessanti dei suoi trattati di magìa – che questo modo di intendere la magìa è il modo, dice Bruno, “al quale la intendono certi bardococulli”, i quali pensano che la magìa sia intrattenere un commercio illecito con il demonio mentre – dice Bruno – la magìa è, pensate un po’, quella forma di sapere che è accompagnata dal fare, cioè dalla capacità trasformativa.
Mentre vi sono delle impostazioni di carattere teorico, che sono puramente conoscitive, proprio della magìa è la capacità di finalizzare le conoscenze ad una trasformazione della realtà. Ma, se voi ci riflettete, questo è per l’appunto l’atteggiamento dello scienziato del ‘600, cioè quello di concepire la conoscenza come un modo per intervenire nella realtà e per trasformarla.

Studente: Professore, volevo sapere: qual è stato per lei il filosofo più importante che ha contribuito alla sua formazione?

Curi: Probabilmente la cosa vi potrà sorprendere perché di solito per chi si occupa come me professionalmente di filosofia, i riferimenti sono a grandi filosofi riconosciuti e allora…Per me invece le cose sono state diverse, ma può darsi che sia un’esperienza che qualcuno di voi abbia già fatto o stia facendo: io ricordo di avere incontrato come un folgorazione proprio Giacomo Leopardi, in particolare il “Canto di un pastore errante dell’Asia”. Ricordo di averlo letto per la prima volta in prima liceo e di essere rimasto immediatamente coinvolto dalla radicalità e dalla profondità con la quale venivano poste le più importanti questioni relative alla condizione umana. Voi provate a pensare: nel Canto notturno – questo carme anche così complesso – c’è un’interrogazione che riguarda proprio il destino dell’uomo, la sua condizione terrena, il rapporto tra la condizione delle greggi a cui il pastore si riferisce in questa sorta di sua interrogazione; c’è l’interrogativo radicale che riguarda il significato della morte, come essa possa essere assunta, se cioè la morte sia davvero la fine di tutto o non possa essere interpretata come il transito verso qualche altra cosa. Insomma, senza alcuna pesantezza scolastica, e, direi, al di fuori di ogni dottrinarismo, quella poesia di Leopardi ma, più in generale, la ricerca di Leopardi, mostra come i grandi temi della riflessione filosofica, dalle sue origini arcaiche fino ad oggi, siano tutti presenti. E io so, ricordo distintamente, che è stato quello il mio protrettico, cioè la mia introduzione alla filosofia; la mia iniziazione alla filosofia è stato proprio Leopardi e in particolare il Canto notturno.

Studente: Professore, vorrei chiederle qual è la situazione della filosofia italiana oggi, quali sono le correnti più seguite e in quale direzione si stanno muovendo i filosofi del nostro paese.

Curi: Si, qui ci sono di solito, quando si parla della filosofia italiana contemporanea, si scontrano spesso due impostazioni: vi sono alcuni studiosi critici, che sottolineano il carattere – diciamolo col termine un po’ dispregiativo che viene adoperato abitualmente – un po’ “provinciale” della ricerca filosofica italiana contemporanea, soprattutto rispetto ad una ricerca filosofica qual è quella francese o tedesca, che oggi sembra essere la ricerca filosofica più avanzata e soprattutto considerando – così almeno si ritiene, questo è uno dei filoni di interpretazione – il carattere ripetitivo, puramente epigonico, di molte posizioni della filosofia italiana contemporanea. Poi invece, vi sono coloro che pensano che all’opposto, nel pensiero italiano siano presenti alcune figure che certamente – per riprendere un po’ le fila del discorso che abbiamo fatto fino adesso – appartengono a pieno titolo alla grande riflessione della filosofia continentale.
Io penso che, come spesso accade, entrambe queste impostazioni nella loro schematicità siano probabilmente poco condivisibili; bisogna tuttavia riconoscere che, soprattutto negli ultimi vent’anni, vi sono alcuni autori del pensiero italiano che hanno certamente acquisito anche riconoscimenti sul piano internazionale, non già dal punto di vista, per intenderci, puramente accademico, ma proprio per quanto riguarda l’influenza, l’importanza del loro pensiero.
Io credo, ma questa è una mia opinione del tutto personale, che ad esempio, certamente un grande autore debba essere considerato Massimo Cacciari: vi suggerirei, anche se si tratta di un’opera impegnativa, ad esempio la lettura di quel suo testo intitolato “Dell’inizio”, che è stato pubblicato nel 1990 e che, a mio giudizio, è uno dei grandi libri della filosofia del ‘900.
Poi vi sono naturalmente – per non far torto a nessuno – molti altri autori che possono essere segnalati per originalità di pensiero; se mai, per dirla molto in breve, si può dire che certamente la filosofia italiana, per adoperare una distinzione che probabilmente voi già conoscete, sembra essere più orientata verso una tradizione qual è quella del cosiddetto “pensiero continentale”, cioè una tradizione che riprende le grandi questioni di carattere ontologico, gnoseologico della filosofia, piuttosto che essere orientata verso la cosiddetta filosofia analitica, quindi quella che invece è dominante nell’ambiente anglo-americano.
Non possiamo tuttavia nasconderci che il nostro paese – ecco, questo è un aspetto da non dimenticare – almeno per il momento è un paese in cui lo studio della filosofia è ancora considerato dal punto di vista culturale non solo importante ma, per molti aspetti, imprescindibile. Forse non lo sapete, ma il nostro è uno dei pochi paesi europei in cui l’insegnamento della filosofia c’è, a livello di scuola secondaria superiore: voi studiate filosofia ad esempio; si studia filosofia anche nel liceo scientifico, anche negli istituti magistrali. In molti paesi d’Europa, l’insegnamento della filosofia è stato eliminato o non è mai stato introdotto nelle scuole secondarie; si può studiare filosofia soltanto all’università.
La speranza, l’auspicio, io credo non per una difesa corporativa ma per l’importanza che ha la ricerca filosofica, è che in una fase come questa, nella quale si stanno trasformando i programmi, i contenuti dell’insegnamento, insomma che resti solido e confermato il ruolo dell’insegnamento della filosofia nelle scuole secondarie.

Studente: Professore, un’ultima domanda: che importanza ha avuto nel pensiero italiano contemporaneo il tema della libertà?

Curi: Certamente, se ci riferiamo al pensiero italiano contemporaneo riferendoci anche agli inizi del Novecento, questo tema è certamente centrale nella riflessione di un autore come Benedetto Croce e non vi è dubbio che è stato considerato da generazioni un maestro della libertà. Per venire ad una fase invece a noi più vicina, forse una figura per alcuni aspetti paragonabile a quella di Benedetto Croce, può essere considerata quella di un filosofo come Norberto Bobbio, per il quale il tema della libertà è stato e continua ad essere uno dei temi decisivi.E tuttavia io credo che una riflessione vada fatta – la domanda credo che fosse molto pertinente – e cioè: in una fase nella quale nel dibattito politico e nel dibattito culturale, noi continuiamo a sentire con molta insistenza il riferimento al concetto di libertà, non si può dire che questa nozione sia al centro dalla ricerca delle più importanti correnti della filosofia italiana contemporanea. C’è una strana, non so se chiamarla rimozione; c’è, in ogni caso forse, una sottovalutazione dell’importanza di questa questione anche nel suo statuto strettamente teoretico piuttosto che soltanto nella sua applicazione politica e sarebbe quindi desiderabile che vi fosse una ripresa d’interesse per un approfondimento del significato della libertà, in un contesto, tra l’altro, che è così profondamente mutato come è il contesto degli ultimi venti o trent’anni.
Potrebbe essere, chi lo sa, che anche la ricerca giovane che possa venire fuori dalle giovani generazioni in futuro, possa avere anche questo e – perché no? – forse soprattutto questo, come tema di ricerca e di riflessione nel prossimo futuro.

Studente: Ecco, proprio a tale proposito, vorremmo concludere ringraziandola innanzitutto e mostrandole un filmato che abbiamo scelto, perché in questo caso proprio Bruno, di cui poc’anzi abbiamo parlato, dà un’interpretazione molto particolare della libertà:

Vola piccolo gabbiano, vola, 
Sin dove si fondono cielo e mare 
E vento ed onde cantano e piangono 
L’accordo della malinconia. 
Vola nella mesta quiete 
Dove il mare giace silente 
Sino a quando di te la volontà 
E la speme sconfiggeranno 
Lo spazio infinito. 
Vola, piccolo gabbiano, 
Da colei che più di tutte 
Ho amato. 
Leggero come un uccello è l’animo mio 
Se presto saremo uniti.

 

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