Umberto Curi – Navigare tra nichilismo e metafisica

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Il Mattino di Padova 21-12-2004

Un’analisi del pensiero occidentale dell’ultimo secolo e mezzo
Navigare tra nichilismo e metafisica 
Umberto Curi

Secondo un orientamento ormai largamente condiviso fra gli studiosi, l’origine del termine nichilismo si può far risalire alla fine del Settecento, e più in particolare ad una famosa lettera che Jacobi indirizza a Fichte nel 1799, o prima ancora ad uno scritto di Jean Paul, pubblicato nel 1796, intitolato Discorso del Cristo morto, poi ripreso e sviluppato nella Propedeutica all’estetica del 1804. Da notare che, in entrambi gli autori ora citati, il termine è impiegato in senso negativo, per indicare l’atteggiamento di chi distrugge le evidenze del senso comune e annienta la realtà oggettiva. D’altra parte, nello stesso periodo si delinea anche un’accezione positiva del termine, soprattutto da parte degli idealisti, secondo i quali nichilistico sarebbe quel modo di procedere, attraverso il quale si annulla la presunta oggettività dell’oggetto, mostrando che esso non è altro che il risultato dell’attività inconscia del soggetto. L’ambivalenza con la quale il nichilismo fa la sua comparsa agli albori della filosofia contemporanea si riconferma poi come un dato costante nella storia successiva, al punto da poter affermare che esso ne costituisce una sorta di principio di individuazione. Tutto ciò è confermato dallo sviluppo della riflessione filosofica intorno al nichilismo, soprattutto in autori come Nietzsche e Heidegger. Secondo il primo di essi, infatti, assumendo che il nichilismo significa che “i valori supremi si svalutano”, vi possono essere almeno due forme diverse in cui questa posizione può essere espressa. Da un lato – e si tratta del nichilismo “incompleto” o “passivo” – alla distruzione dei vecchi valori si accompagna l’instaurazione di valori nuovi, i quali tendono ad occupare il posto di quelli precedenti. Dall’altro lato, nel caso del nichilismo “completo” o “attivo”, ad essere cancellati non sono soltanto i valori tradizionali, o quelli che dovrebbero rimpiazzarli, ma anche il luogo soprasensibile da essi occupato, in modo da consentire il pieno dispiegamento della volontà di potenza quale carattere fondamentale di tutto ciò che è. Per Heidegger, invece, il nichilismo coincide con la storia della metafisica occidentale, da Platone fino alla tecnica moderna, in quanto storia di un movimento di oblio dell’essere in favore dell’ente. Rispetto al destino epocale rappresentato dal nichilismo, ogni ipotesi di superamento è da considerarsi illusoria. Unica possibilità concessa all’uomo non è cercare di allestire una nuova strumentazione che consenta di procedere nella navigazione, ma è piuttosto l’abbandono a quella storia dell’essere, nella quale si decide anche il destino dello stesso nichilismo. D’altra parte, nella variabilità delle sue accezioni, e nella costitutiva duplicità di significati a cui ci si è prima richiamati, il nichilismo non appartiene soltanto alla tradizione speculativa tedesca degli ultimi due secoli. Come studi recenti hanno dimostrato, è possibile individuare anche nella cultura italiana fra Otto e Novecento l’affermazione di “filosofie del nulla”, soprattutto nell’opera di autori come Giacomo Leopardi e Carlo Michelstaedter, del veronese Giuseppe Rensi o del padovano Andrea Emo. L’intero arco problematico fin qui abbozzato è invece analiticamente esplorato in un volume appena giunto in libreria (Nichilismo e metafisica. Terza navigazione, Armando Editore, pp. 464, 24 euro). L’autore, Vittorio Possenti, è docente presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Venezia, ed è autore di numerose pubblicazioni su temi attinenti alla filosofia teoretica e all’etica sociale. In questa opera più recente, frutto di una rielaborazione organica e tendenzialmente compiuta di quanto sul medesimo argomento era già apparso negli ultimi anni (si vedano, soprattutto, Terza navigazione. Nichilismo e metafisica, 1998 e La navicella della metafisica, 2000), Possenti attraversa criticamente il pensiero dell’ultimo secolo e mezzo di filosofia – da Nietzsche ad Habermas, da Ricoeur a Vattimo – riproponendo assiduamente lo stesso interrogativo: quale è la sorte della metafisica, intesa come filosofia dell’essere, dopo la critica radicale incarnata dal nichilismo? E’ ancora possibile rilanciare, sia pure in termini nuovi, la conoscenza dell’essere, o ci si deve arrendere all’esito segnato dal sopravvento della distruzione di ogni verità, sanzionata dalle filosofie del nulla? Riprendendo, e aggiornando la metafora platonica del Fedone, Possenti preconizza nelle dense pagine di questo libro una “terza navigazione”, che sappia sottrarre alle secche del nichilismo la navicella della metafisica, per ricondurla nel mare aperto del dibattito filosofico attuale.

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