Umberto Curi – L’università-azienda: rischio per il futuro

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Il Mattino di Padova 11-10-04

L’università-azienda: rischio per il futuro
Umberto Curi

Le università italiane sono attraversate in queste settimane da un fermento che non ha precedenti nella storia italiana degli ultimi decenni. Colpisce soprattutto il fatto che, almeno per ora, la protesta non ha come protagonisti gli studenti, e neppure le rappresentanze sindacalizzate di alcune categorie di docenti, ma i Consigli di Facoltà, i Senati Accademici, vale a dire consessi solitamente poco propensi ad assumere atteggiamenti giacobini. Da Palermo a Trieste, da Torino a Bari, la regolare attività didattica è bloccata, mediante forme varie di contestazione, dal semplice rinvio dell’inizio delle lezioni, fino alla minaccia di cancellare tutto il primo semestre o l’intero anno accademico.
A ciò si aggiunga che il movimento non obbedisce a rigide logiche di schieramento politico, visto che, al contrario, una delle caratteristiche salienti della mobilitazione in atto è la trasversalità dei soggetti che ad essa partecipano, sia in senso “orizzontale”, vale a dire rispetto alla geografia del sistema politico, sia in senso “verticale”, per quanto riguarda le diverse fasce della docenza. Andrebbero rettificate in questo senso anche molte erronee informazioni giornalistiche, secondo le quali ciò che sta accadendo si ridurrebbe ad una serie di rivendicazioni corporative dei soli ricercatori.
E’ vero, infatti, che sono stati i ricercatori i primi ad entrare in stato di agitazione, attirando l’attenzione soprattutto su alcuni aspetti inaccettabili del provvedimento legislativo attualmente all’esame del Parlamento.
Ma è altresì vero che ormai docenti di ogni ordine e grado – dai Rettori fino ai ricercatori appena nominati – sono coinvolti nella mobilitazione senza più alcuna distinzione. Come sempre accade in situazioni simili, al cittadino comune, e agli stessi studenti che oggi si affacciano per la prima volte in un’aula universitaria, i motivi di una protesta così massiccia potranno apparire poco comprensibili. Eppure, mai come in questo caso l’agitazione in corso non punta affatto alla tutela di pur legittimi interessi di questa o quella categoria accademica, ma è piuttosto rivolta a difendere qualcosa che ha a che vedere con le prospettive delle giovani generazioni e più in generale col futuro dell’intero paese.
Col disegno di legge che è al centro delle critiche, il governo vorrebbe completare una serie di provvedimenti legislativi che hanno sconvolto dalle fondamenta, e profondamente ridisegnato, l’assetto dell’Università italiana. Pur senza entrare nel merito dei tutti i diversi mutamenti introdotti – alcuni buoni, altri accettabili, altri ancora pessimi e pericolosi – ciò che deve essere sottolineato è lo “spirito” che anima questa riforma, e le finalità generali a cui essa è diretta.
L’idea di fondo è che l’Università debba diventare un’azienda produttrice di quella merce particolare che è costituita da giovani laureati pronti ad entrare direttamente nel mercato del lavoro. Lo scopo è quello di garantire al sistema delle imprese una manodopera di qualificazione bassa, ma omogenea, pronta a svolgere adeguatamente mansioni esecutive, ma priva di autonomia intellettuale, di capacità di innovazione, di iniziativa individuale. L’adozione di questa logica esasperatamente aziendalistica impone che gli Atenei incrementino la loro produttività, sfornando un maggior numero di laureati, indipendentemente dalla “qualità” della loro formazione. Di qui l’accento pressochè esclusivo su parametri di tipo quantitativo – moduli e crediti – la suddivisione delle attività di insegnamento in tipologie rigide, l’impronta astrattamente efficientistica di una serie di misure che spesso strangolano la didattica e comunque riducono o cancellano ogni possibilità di rapporti umani all’interno delle diverse Facoltà. Il tutto, nel quadro di una rincorsa nevrotica rivolta al risultato, e nel più totale disprezzo delle individualità coinvolte in questa riorganizzazione del lavoro di segno intrinsecamente dispotico.
Nella macchina infernale escogitata dai demiurghi di questa riforma, non solo non vi è più posto per una autentica libertà di ricerca, per una didattica dal volto umano, per un lavoro di autentica cooperazione fra docenti e studenti. Ciò che si dissolve sono i presupposti stessi di quella che dovrebbe essere una comunità di ricerca, e che diventa invece un laboratorio di riproduzione degno del dottor Frankenstein. Rispetto a questa realtà, per molti aspetti ormai irreversibile, il sussulto del mondo accademico, per quanto tardivo, è salutare e necessario. Si tratta almeno di impedire che il disegno perverso di una università senza qualità sia perfezionato col varo di quest’ultimo provvedimento legislativo, che aggiunge iniquità a iniquità, storture a storture, e che mette la parola fine ad ogni possibile mutamento dall’interno della situazione creata con i provvedimenti precedenti.
Ai giovani che si presentano oggi nelle aule accademiche, a coloro che sono fra l’altro i più direttamente penalizzati dal disegno di legge voluto dal ministro Moratti, si dovrebbe ripetere ciò che, quasi 50 anni fa, il grande fisico americano Robert Oppenheimer disse ai suoi allievi, mentre era costretto ad abbandonare l’insegnamento universitario per essersi rifiutato di partecipare alla costruzione della bomba a idrogeneo: “Questo è il vostro mondo. Non lasciatelo agli esperti!”.

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