Umberto Curi – La via alternativa al neo-idealismo di Croce e Gentile

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Il Mattino di Padova, 31.05.2005

La via alternativa al neo-idealismo di Croce e Gentile
L'”altra” filosofia italiana 
Umberto Curi

Nel corso degli ultimi anni si è gradualmente imposto uno schema di interpretazione, secondo il quale la filosofia italiana del Novecento sarebbe stata interamente dominata dal neo-idealismo, nella prima metà del secolo, e si sarebbe risolta in un confronto privo di originalità con la filosofia europea, nella seconda metà. Da un lato, insomma, vi sarebbe stata l’egemonia incontrastata del pensiero di Benedetto Croce e di Giovanni Gentile, mentre dall’altro lato, quando tramonta l’attualismo, la ricerca filosofica non avrebbe saputo fare altro che ricalcare in maniera pedissequa alcune formule dovute alle maggiori personalità del pensiero continentale, da Heidegger a Derrida. Qualche tentativo di superare questa prospettiva, valorizzando ad esempio i contributi forniti da alcuni autori italiani alle indagini in campo epistemologico (lungo la linea che da Vailati e Calderoni giunge fino a Geymonat), non è tuttavia bastato ad accreditare una visione meno unilaterale. Merito fondamentale dell’importante volume di Laura Sanò, di imminente comparsa in libreria (Le ragioni del nulla. Il pensiero tragico nella filosofia italiana fra Otto e Novecento, Presentazione di Sergio Givone, Città Aperta, Troina, Enna, 404 pp., 22 euro) è aver richiamato l’attenzione su un'”altra” filosofia italiana, e cioè una filosofia che non solo ha saputo tracciare una via alternativa all’idealismo, ma fin dall’inizio si è mostrata perfettamente consapevole dei problemi che si agitavano sulla scena europea. Nel libro vengono presi in considerazione tre autori: Carlo Michelstaedter, Giacomo Leopardi (considerato soprattutto a partire dalla sua “riscoperta” filosofica da parte degli interpreti novecenteschi), e Giuseppe Rensi. Ricorre costantemente, inoltre, il riferimento ad Andrea Emo, intorno al quale la Sanò ha già pubblicato l’unica monografia finora esistente (Un daimon solitario. Il pensiero di Andrea Emo, La città del sole, Napoli 2001) e un’antologia di manoscritti inediti (Il monoteismo democratico, Bruno Mondadori, Milano 2003). In particolare, il pensiero di Michelstaedter è proficuamente messo in rapporto con Platone e Nietzsche piuttosto che con il decadentismo. A proposito di Leopardi e della nozione leopardiana di “natura” si rileva un’ambivalenza dialettica che apre nella direzione di una paradossale ontologia del nulla, non confondibile col nichilismo. Infine, per quanto riguarda il filosofo veronese Giuseppe Rensi, viene fatto notare come scetticismo e pessimismo anziché contraddirsi si compongono in una concezione che riesce a conciliare in modo profondo il materialismo democriteo con lo spiritualismo giovanneo e il tragicismo. Ma l’aspetto più originale e più convincente di questa documentatissima analisi va individuato nella capacità di evidenziare le molteplici relazioni che connettono la filosofia italiana del Novecento con il contesto europeo. Difatti, molto opportunamente l’autrice non si limita a restituire in altrettanti “medaglioni” il pensiero degli autori italiani esaminati, ma istituisce un confronto serrato con i punti “alti” del panorama filosofico fra Otto e Novecento, e in particolare con Schopenhauer, Nietzsche e Heidegger. In questo modo, la Sanò (la quale svolge attività di ricerca al Dipartimento di Filosofia dell’Università di Padova) può far emergere con dovizia di argomentazioni la comunanza di temi di indagine e di “stili” di ricerca fra gli eponimi del cosiddetto “pensiero negativo” e i maggiori esponenti del pensiero tragico italiano, riconsegnando per questa via la filosofia italiana allo stesso alveo nel quale si genera e si sviluppa il dibattito speculativo europeo. Nell’insieme, questo libro consente di ridisegnare un panorama complessivo della cultura filosofica italiana degli ultimi due secoli più mosso e articolato, perché affrancato da schemi angusti e infine fuorvianti. Una ricerca originale e rigorosa, destinata a segnare un punto di riferimento rilevante nell’interpretazione del pensiero italiano fra Otto e Novecento.

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