Umberto Curi – La politica altro non è che speranza

pantareiU. Curi | TestiLeave a Comment

Il Mattino di Padova 11-12-03

 L’ultimo saggio scritto da Umberto Curi: se la società malata ha bisogno del «farmaco della democrazia» .

La politica altro non è che speranza

 La politica è speranza. Non saprei come definirla altrimenti. Che non sia certezza, sembra abbastanza evidente. Anche se forse in nessun altro campo si assiste così frequentemente all’esibizione di comportamenti che presupporrebbero il possesso di verità apodittiche. Anche se in nome di essa si compiono spesso le azioni più estreme, nel «bene» e, più spesso, nel «male». Anche se da più parti, e con intendimenti diversi, si è cercato, e si sta tuttora cercando, di riconoscere ad essa uno statuto differente – resta il fatto indubitabile che la politica non è altro che speranza. A molti piacerebbe, al giorno d’oggi, poterla ridurre a tecnica, con lo scopo prevalente di consegnarla ad una ristretta cerchia di «esperti», in modo che i problemi della collettività possano essere trattati come se fossero un guasto a qualche congegno elettronico, per risolvere i quali ciascuna persona di buon senso esige, appunto, l’intervento esclusivo di «tecnici». Ma forse ciò che tuttora maggiormente ostacola la compiuta realizzazione di questa tendenza, è proprio l’impossibilità di sradicare dal cuore e dalla testa delle persone la speranza – e dunque di far tacere la politica.  Riconoscere che la politica altro non è che speranza, vuol dire per prima cosa disporsi ad accettare che essa sia costitutivamente e ineludibilmente duplice, che essa non possa «salvare» (sia pure parzialmente), se non insieme «condannando» (altrettanto non definitivamente), che essa abbia dunque uno statuto intrinsecamente farmacologico. L’esistenza stessa della politica è indizio della «malattia» del corpo sociale, il quale non avrebbe bisogno di alcun pharmakon, vale a dire di nessun «tossico- che-guarisce», di nessun «rimedio-che-avvelena», ove fosse in perfetta «salute».  Il fatto è, al contrario, che la società nel suo complesso, ma anche gli individui singolarmente, sono ben lontani da ogni «innocenza», intrisi di una negatività insuperabile, e quindi sempre e comunque bisognosi di una «cura» per poter sopravvivere. Salvo che, secondo quanto ci dice la ragione, e come la storia abbondantemente insegna, nessuna guarigione compiuta è davvero possibile, e l’unica possibilità concretamente concessa è quella di servirsi del farmaco della politica, per alleviare la sofferenza, non per cancellare definitivamente la malattia.  D’altra parte, la politica è anche altro. E’ politica – anzi, per certi aspetti, è massimamente politica – anche perseguire un disegno di neutralizzazione, che punti a confinare in un angolo la tensione alla risoluzione collettiva dei problemi, in favore di soluzioni meramente «tecniche». E’ proprio questa la tendenza che abbiamo oggi di fronte, esplicitamente perseguita, e propagandata anche con arrogante vanagloria, come se si trattasse dell’ultimo grido delle innovazioni tecnologiche, da chi ha assunto la guida del nostro paese, e insieme non adeguatamente contrastata da coloro che avrebbero il dovere di prospettare un modo tutto diverso di concepire la politica, prima ancora che una maniera alternativa di esercitare il governo. Da questo punto di vista, la partita potrebbe essere descritta come uno scontro fra tecnica e speranza, fra l’eliminazione di ogni altra progettualità, che non sia quella del bilancio di previsione, e la sempre più fioca sopravvivenza di una tensione non puramente utopistica, non confinabile ad una sfera onirica. Prima ancora che di un conflitto fra due ipotesi politicamente definite, si tratta di un’alternativa fra due prospettive di carattere culturale o specificamente filosofico. Fra un titanismo immemore dei tragici fallimenti a cui sempre è andata incontro ogni ricomparsa di Prometeo, e una visione «epimeteica» della politica, consapevole dei limiti, ma anche delle potenzialità, di questo pharmakon, attenta a trarre vantaggio dalla possibilità di «vedere dopo», anziché pretendere di poter anticipare con lo sguardo ciò che accadrà in futuro. E’ difficile dire se il dono di Prometeo – la techne – abbia procurato più beni o più sventure. Certamente ha incatenato il Titano ad una rupe del Caucaso, in un supplizio perenne. Il dono di Epimeteo – elpis, la speranza – non ha garantito certo sorti magnifiche e progressive. Ma ha forse aiutato una umanità afflitta a non guardare fisso la maschera orrenda della Gorgone, l’ora della propria morte. E a impegnarsi, giorno dopo giorno, per un domani migliore.

Umberto Curi, Il farmaco della democrazia. Alle radici della politica Christian Marinotti Edizioni Milano 2003, pp.262, € 16

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.