Umberto Curi – La globalizzazione che fermerà lo stato di guerra permanente

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Il Mattino di Padova 3-11-2004

Moltitudine come alternativa all’Impero
La democrazia necessaria
La globalizzazione che fermerà lo stato di guerra permanente

Umberto Curi

Dopo la grande risonanza internazionale con la quale era stato accolto il loro libro precedente (Impero, Rizzoli, Milano 2002), Michael Hardt e Toni Negri riprendono le fila di quel discorso in questa opera recente, anch’essa uscita contemporaneamente in America (per il tipi della Penguin Press) e in Italia, sempre da Rizzoli: Moltitudine. Guerra e democrazia nel nuovo ordine imperiale (492 pp., 21 euro). Costruito con grande rigore architettonico, il libro è articolato in tre sezioni (Guerra, Moltitudine, Democrazia), ciascuna delle quali è scandita in tre capitoli, composti ognuno da tre paragrafi. Nell’insieme, l’opera non dissimula la propria ambizione “sistematica”, come sforzo di comprensione analitica e di interpretazione del nuovo ordine politico globale, in particolare nella fase che va dall’attacco alle Torri Gemelle fino alla guerra contro l’Irak. L’assunto principale che è alla base di questo denso volume può essere individuato in una convinzione apparentemente paradossale, vale a dire nell’idea che solo oggi, per la prima volta, stia emergendo la possibilità di una democrazia globale, non già come espressione di una mera esigenza, o come aspirazione più o meno utopistica, ma come necessità imposta dalla persistenza di uno stato di guerra che ha assunto portata globale. L’unico modo per superare la paura, l’insicurezza e il dominio che sono diffusi in un mondo scosso da una condizione di guerra permanente è appunto la democrazia. Perseguita per secoli come ideale, ma mai realizzata, inutilmente vagheggiata dalle anime belle di intellettuali e politici, sbandierata alle masse di diseredati come obbiettivo di una palingenesi della società, ma poi sistematicamente tradita o negletta, oggi la democrazia è diventata non solo possibile, ma necessaria. Non già come conseguenza di un presunto “progresso” della società ma, al contrario, come esito obbligato dell’imperversare di una guerra altrimenti destinata a imporsi su scala mondiale. L’alternativa vivente alla nuova forma di sovranità, rappresentata dal “potere reticolare” che si esprime nell’Impero, è la moltitudine. Difatti, se da un lato il potere in rete imperiale tende a mantenere l’ordine mediante nuovi dispositivi di controllo e un conflitto permanente, dall’altro lato la globalizzazione spinge a scoprire quell’elemento comune che permette a ogni individuo di comunicare e di agire insieme. In altre parole, la stessa “moltitudine” – vale a dire l’erede di quello che qualche anno fa si sarebbe definito come il “soggetto” antagonista – potrebbe essere concepita come una rete aperta e in espansione, mediante la quale diventa possibile porre le premesse di una democrazia inseguita vanamente per secoli. In questo cammino, nel quale la globalizzazione rappresenta il primo passo concreto verso la liberazione dell’umanità, l’ostacolo principale è rappresentato dalla guerra, deliberatamente adoperata dall’Impero come strumento di dominio. Lo stato di guerra permanente rappresenta dunque la risposta fornita all’emergere e al consolidarsi della moltitudine come nuova classe globale. Di conseguenza, la vittoria della moltitudine, secondo il percorso analiticamente illustrato nel libro, implicherà l’avvento della democrazia e insieme la via di uscita dall’angoscia della guerra infinita. Non è ovviamente questa la sede per entrare più specificamente nel merito di un testo che esigerebbe una discussione analitica. In termini inevitabilmente molto schematici, se ne possono tuttavia sottolineare alcune peculiarità, rilevandone insieme alcuni aspetti problematici. Si accennava, in precedenza, al carattere “sistematico” dell’esposizione. Non si tratta di un dettaglio meramente “stilistico”. Con questo testo, e con quello precedente, gli autori hanno definito un impianto teorico tendenzialmente esauriente della recente fase di storia politica del pianeta. Una interpretazione filosofico-politologica della globalizzazione, non meno totalizzante dell’oggetto a cui si riferisce. Nel bene e nel male. Nel bene di un approccio originale e antiaccademico, mille miglia lontano da ogni predica moralistica sul nuovo ordine globale. Nel male – almeno relativo – di un dispositivo teorico ermeticamente sigillato, tendenzialmente autoreferenziale, ancora inconfondibilmente pregno dell’organicismo della matrice teorica dalla quale entrambi gli autori provengono. Dove l’innovazione di tanti aspetti dell’analisi è spesso inficiata dal veder ricomparire l’armamentario di arcinote categorie passate: dietro la moltitudine, si coglie nitidamente la silhouette dell’operaio sociale, e prima ancora della classe operaia, in tutti i casi di un soggetto in senso forte, al cui antagonismo radicale è affidata la possibilità dell’instaurazione di un ordine alternativo, rispetto a quello dominante. Dietro l’Impero, si scorge la figura più tradizionale del Capitale, come potere ramificato e pervasivo, più ancora che come semplice “elemento” del processo di produzione. La persistenza di questo schema fortemente dualistico, con alcune accentuazioni in senso manicheo, mentre contraddice l’idea di una struttura reticolare e multipolare del nuovo assetto globale internazionale, rende a tratti poco convincente una analisi che, diversamente, si raccomanda per una ragguardevole capacità di “leggere” i principali fenomeni dell’attualità economico-politica. In questo quadro generale, la trattazione contenuta nella prima parte, dedicata alla guerra, conferma l’ambivalenza del giudizio in precedenza espresso. Da un lato, infatti, viene offerto un lucido e realistico quadro di interpretazione complessiva delle nuove forme assunte dalla guerra, soprattutto dopo la rottura dell’equilibrio bipolare conseguente al crollo del muro di Berlino. Dall’altro lato, le fonti sulle quali si sostiene questa ricostruzione ignorano totalmente quelli che, viceversa, sono i documenti più significativi per la comprensione del nuovo corso della politica estera americana, incentrata sulla nozione di guerra infinita. Alludo all’elaborazione il cui inizio può farsi risalire alla stesura del Defense Planning Guidance (1990), al quale pongono mano alcuni intellettuali neoconservatori capeggiati da Paul Wolfowitz e che trova il suo compimento nel National Security Strategy, reso noto al Congresso nel 2002, nel quale sono indicate le linee strategiche della politica statunitense per i prossimi anni. La trascuranza di questi testi, solo parzialmente compensata dal riferimento ad una letteratura critica “alta” di taglio più accademico, indebolisce un impianto ermeneutico che sarebbe invece di per sé originale e pienamente condivisibile.

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