Umberto Curi – Il tocco della tragedia greca

pantareiU. Curi | TestiLeave a Comment

Il Mattino di Padova 23-09-03

Una meditazione culturale sul tema della morte
Il tocco della tragedia greca 
di Umberto Curi

C’è un passaggio, nell’ “Antigone” di Sofocle, che da sempre ha procurato seri grattacapi agli interpreti, in difficoltà nel chiarire il nesso logico fra lo svolgimento pregresso degli avvenimenti e quanto sta per verificarsi sulla scena. La sentinella posta a guardia della salma di Polinice, affinchè nessuno osasse violare l’editto del re che ne impediva la sepoltura, ha appena finito di raccontare al sovrano che qualcuno è riuscito ad eludere la sorveglianza, ricoprendo di terra il cadavere. A questo punto, l’azione drammatica, l’agire (dran, appunto) degli attori si interrompe. Il coro, da fermo (si tratta, infatti, di uno stasimos, di una parte recitata in stasis, in quiete) prorompe in una orazione destinata a diventare celeberrima: “molte sono le cose terribili, ma la cosa più terribile è l’uomo”. All’uomo, prosegue il coro, nulla è precluso: la padronanza della conoscenza e del pensiero, il dominio delle tecniche, la capacità di solcare il mare e di estrarre nutrimento dai campi, la cattura delle fiere e il soggiogamento degli animali, la costruzione della società e la difesa dalle intemperie. In una parola, egli è panto-poros, in ogni situazione è capace di trovare una strada per venirne a capo. Ma insieme egli resta irriducibilmente a-poros, privo di ogni via d’uscita, destinato a soccombere, di fronte alla morte. “Buongiorno, notte” si presenta come ripresa diretta dello stasimo sofocleo, come una vera e propria meditatio mortis, erede di una lunga tradizione, che attraversa fin dalle origini la storia della cultura occidentale, da Platone fino a Heidegger. Nel misurarsi col tema del rapimento di Aldo Moro, la scelta compiuta da Bellocchio è evidente, già dalle primissime inquadrature. Non si tratterà affatto di una ricostruzione di carattere storico (come invece molti interpreti hanno sostenuto), né ancor meno di un’analisi in chiave ideologico-politica del terrorismo. Piuttosto, rimanendo fedele al registro delle sue opere più recenti, dal Principe di Homburg fino a L’ora di religione, l’autore si tiene alla larga dalla scomposta e spesso indecente mischia di coloro che, da trent’anni a questa parte, ci hanno “spiegato” non solo che cos’è stato, ma che cos’è nella sua “essenza”, il fenomeno impropriamente chiamato terrorismo. Al contrario, questa intensa opera recente si propone davvero come uno stasimo, come una deliberata sospensione del drama, per sostare a riflettere non già su un evento certo importante, ma pur sempre circoscritto, della storia politica italiana, quanto piuttosto su tutto ciò che fa di quell’evento una fra le molte espressioni dell’autentico mistero rappresentato dalla morte, soprattutto quando essa intervenga come conseguenza di una decisione che alcuni uomini assumono a scapito di un loro simile. Di qui il fatto che, sotto il profilo tipologico, il film non si presenti affatto come un saggio o un’indagine storico-politica, ma abbia piuttosto il tono, l’austerità, il timbro inconfondibile della grande tragedia classica. Tutto ciò risulta evidente sulla base di una molteplicità di aspetti, che resterebbero viceversa incomprensibili ove l’opera intendesse inserirsi nel filone dei numerosi prodotti di documentazione o di denuncia sociologica. Anzitutto, il riferimento speculare (con un uso molto sofisticato della tecnica di mise en abyme) alla sceneggiatura del film, unico documento fra quelli estratti dalle borse dello statista rapito, sul quale indugi la camera, proprio mentre tutti gli altri vengono ostentatamente gettati via dal capo dei brigatisti. Quasi a dire, con evidenza perfino didattica, che del caso Moro ciò che davvero interessa – o sul quale, in ogni caso, interessa al regista soffermarsi- non sono affatto le carte dalle quali le BR si attendevano di conoscere gli arcana del potere democristiano, quelle carte che daranno adito successivamente a torbide manovre e misteriose manomissioni, bensì semplicemente la sceneggiatura di un film, il cui titolo, tra l’altro, riproduce un enigmatico verso di Emily Dickinson. Ancora più importante, perché attinente al principio di individuazione dell’opera cinematografica in quanto tale, è poi un secondo ordine di considerazioni, riguardanti le opzioni compiute sul piano del linguaggio. Quanto di meno “realistico” si possa immaginare, quanto di più inadatto a funzionare come linguaggio adatto al saggio o alla ricostruzione documentaristica. Ciò a cui si assiste, al contrario, è il funzionamento di uno stile espressivo che procede sempre deliberatamente oltre la nuda “datità” degli eventi, che perfora i personaggi e li scopre come persone, che si addentra nei meandri oscuri delle loro intelligenze e della loro anima, senza minimamente attardarsi a descriverne semplicemente le gesta – le “cose fatte”. A questa opzione linguistica, realizzata con una coerenza e un rigore davvero ammirevoli, per la quale nessuna concessione è fatta ad uno stile anche solo lontanamente assimilabile a quello della ricostruzione storica, corrispondono poi una serie di altre scelte di dettaglio, univocamente orientate a spostare totalmente il fuoco della ricerca dal piano della documentazione, a quello della meditatio mortis. La meticolosa cancellazione di tutti i più importanti “fatti” che hanno accompagnato la prigionia dello statista: il lago della Duchessa, la scoperta del primo covo nel quale egli fu detenuto, le polemiche fra il fronte della fermezza e quello della trattativa, le discussioni sul rilascio unilaterale di alcuni prigionieri politici, i numerosi tentativi di stabilire contatti con i sequestratori, il contemporaneo svolgersi di altre imprese armate, il varo di alcune durissime misure di legislazione d’emergenza, la manovre di servizi stranieri interessati a interferire nella vicenda. In questa stessa prospettiva, obbedendo alla stessa rigorosissima clausola di stile, vanno interpretati inoltre anche altri aspetti, concorrenti nella sistematica destoricizzazione della vicenda: il ricorso alla figura di un attore, e ad una forma di recitazione, come quella di Roberto Herlitzka, raramente comparso sugli schermi, e invece più abitualmente a suo agio come protagonista teatrale, soprattutto nei panni di un personaggio come Edipo nell’omonima tragedia di Sofocle. La rinuncia a cercare la verosimiglianza, “truccando” gli attori, col rischio di scadere nella caricatura. La cancellazione (di per sé non necessaria, e anzi controindicata, in un film che volesse restare aderente alla realtà storica) dei nomi originali. E, infine, la stessa conclusione dell’opera, lasciata aperta, a dispetto di ogni “verità” storica, fra i preliminari dell’esecuzione e il conseguimento della libertà del prigioniero, al punto che, restando all’interno del film (come dovrebbe essere doveroso fare), è impossibile stabilire quale sia stato il destino del leader democristiano. La storia, intendendo per essa la descrizione degli avvenimenti che si sono effettivamente verificati in quei terribili giorni di marzo, è raccontata non dal film, ma dalla televisione. Nulla di ciò che allora accadde, dal sequestro fino alla cerimonia funebre per onorare onorarelo statista assassinato, è “girato” da Bellocchio, il quale invece affida ad un altro medium, ad un altro linguaggio, quello della televisione appunto, il compito di riferirci “come sono andate le cose”. Mentre l’occhio della camera, l’attenzione dell’autore, sono interamente concentrati su quanto accade all’interno dell’appartamento, e più ancora nel cuore e nella testa di coloro che in esso trascorrono 55 giorni. I due piani – quello della vicenda cinematografica e quello della cronaca televisiva – scorrono in parallelo senza mai né coincidere né incontrarsi. Al contrario, ciò che peculiarmente ne caratterizza il rapporto è la radicale e irrimediabile alterità dell’uno rispetto all’altro, l’incommensurabilità fra la descrizione del sequestro Moro raccontata dalla televisione, e ciò a cui il film è rivolto, nel momento in cui cerca di penetrare nelle emozioni, nelle intelligenze, e nei sogni di quegli esseri umani che hanno vissuto davvero quella inquietante esperienza. Da questo punto di vista, fra le opere cinematografiche degli ultimi decenni quella che, per molti aspetti, potrebbe essere avvicinata a questa matura prova di Bellocchio è certamente Apocalypse now. Anche qui, non un generico film “sul Vietnam”, né tanto meno un film “di guerra”, o una condanna di atrocità commesse. Ma un viaggio alla scoperta del “cuore di tenebra” (come, notoriamente, suona il titolo del romanzo di Conrad al quale il film si ispira), una amara e dolente meditazione sugli abissi imperscrutabili che si trovano in ciascuno di noi, una riflessione ai limiti del mistero, non già con l’intento di “spiegarlo”, ma esattamente all’opposto per restituircene tutta l’inesplicabile e angosciosa persistenza. La “notte” a cui, riprendendo la Dickinson, Bellocchio dà il benvenuto, è per l’appunto la notte nella quale ci imbattiamo ogni volta che, di fronte ad autentiche tragedie, come quella del cosiddetto “caso Moro”, cerchiamo di capire, di ricondurre a razionalità, di spiegare compiutamente. E’ la notte della ragione, nella quale compaiono quegli stessi fantasmi che abitano in caiscuno di noi, e che nessun esorcismo potrà mai definitivamente far dileguare. E’ la notte senza luce, ma anche senza logos, senza parola e senza ragione, nella quale ci muoviamo quando ci sforziamo inutilmente di capire che cosa mai possa spingere un uomo, vale a dire colui il cui destino e la cui stessa essenza è quella di essere mortale, a decretare la morte di un altro uomo. Di fronte a queste tenebre, all’impossibilità di squarciarle con la luce di una razionalità che pretenda di tutto comprendere e tutto spiegare, le uniche parole possibili – da proferire fermandosi, consapevoli dell’enunciazione di una verità che non redime una volta per tutte, di una salvezza che cade – sono quelle di Sofocle: “molte sono le cose terribili, ma la cosa più tremenda è l’uomo”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.