Umberto Curi – Fuori dal tecnicismo, l’apertura ad altri linguaggi

pantareiU. Curi | TestiLeave a Comment

Il Mattino di Padova 07-12-2004

Fuori dal tecnicismo, l’apertura ad altri linguaggi 
La Storia esce dalla gabbia

Umberto Curi

La radice etimologica che è alla base del termine italiano “storia” – diretta derivazione dal latino historia e prima ancora dal greco historìa – è la stessa che troviamo nel verbo (orao) che indica l’attività del vedere. Di qui il fatto che, nella cultura arcaica, i termini che appartengono a questa famiglia si riferiscono per lo più ad attività che presuppongono il vedere, anzi per l’esattezza l’ “aver visto”. Nell’Iliade, ad esempio, il sostantivo histor è impiegato per indicare colui che svolge la funzione del giudice o dell’arbitro, mentre negli Erga di Esiodo è usato quale attributo di colui che è saggio. In entrambi i casi, histor è qualcuno che, avendo visto, avendo esercitato ripetutamente lo sguardo su una molteplicità di fenomeni, ne ha acquisito esperienza, e dunque è in condizione di formulare giudizi o di comportarsi in maniera saggia. Ne consegue che, se riferita alla sue origini etimologiche, la storia è l’opposto di una asettica descrizione imparziale di avvenimenti, poiché anzi essa implica – fin dalla sua “radice” – un giudizio, il quale a sua volta è principalmente basato sull’aver visto (direttamente o mediatamente) ciò che si racconta. Gli stessi fondatori della storiografia scientifica, Erodoto e soprattutto Tucidide, intitolando Historìai le loro opere, hanno inteso sottolineare che la ricerca condotta doveva essere valutata soprattutto per la akribeia con la quale era stata effettuata, e cioè per l’accuratezza che può scaturire non da una semplice narrazione, ma dal racconto di chi “ha visto” e dunque è in grado di formulare un giudizio, “dicendo la verità” intorno a determinati episodi. L’intima connessione che originariamente lega la storia alla ricerca della verità, da un lato, e all’espressione di accurate valutazioni, dall’altro, indirettamente confermata dal nesso indissolubile che stringe anche la philosophia, intesa come amore per la verità, all’historia nel pensiero greco classico, si è poco alla volta offuscata nel corso dei secoli, fino ad essere gradualmente rimpiazzata da un approccio “tecnico”, secondo il quale la storia finisce per identificarsi con la minuziosa raccolta di fonti e documenti, rispetto al cui contenuto di “verità” lo storico assume spesso un atteggiamento agnostico, astenendosi altresì dalla formulazione di una propria personale prospettiva di giudizio. L’esigenza di una fondazione rigorosamente scientifica del resoconto storiografico ha poco alla volta condotto ad una vera e propria clausura nei confronti non solo di altre discipline, ma anche di molti altri modi e forme di narrazione, apparentemente incompatibili con l’asettica obbiettività del racconto storico. Le conseguenze di questa sorta di crescente autosegregazione, peraltro comune a molte altre cosiddette “scienze umane”, oltre che a non pochi orientamenti della stessa filosofia contemporanea, sono particolarmente negative, soprattutto perché depauperano la storia della ricchezza della vita che pure essa vorrebbe raccontare, prosciugandola di ciò che è intraducibile in schemi analitici aridi e talora sclerotizzati. Una radicale problematizzazione dello statuto epistemologico della storiografia odierna, lungo le linee che si sono ora sinteticamente indicate, è contenuta nel saggio Raccontare la storia (Marsilio, 152 pp., 13 euro) di Silvio Lanaro, studioso di tale notorietà e prestigio da renderne davvero superflua ogni presentazione. Alcune sue opere – dal volume sul Veneto nella Storia di Italia di Einaudi, fino al più recente Patria, edito da Marsilio nel 1996 – costituiscono dei punti di riferimento obbligati, e non solo per gli addetti all’ambito delle scienze storiche. Sarebbe stato lecito attendersi, di conseguenza, una apologia della storia, paragonabile alle fin troppo numerose autocelebrazioni compiute da studiosi che, in altri ambiti disciplinari, abbiano raggiunto risultati anche meno apprezzati di quelli conseguiti da Lanaro. Viceversa, nel suggestivo percorso descritto nelle pagine di questo libro, l’autore agisce spiazzando totalmente il lettore, immergendolo con grande onestà intellettuale in una riflessione severa, senza indulgenze, talora anche venata di autocritica, intorno ai limiti di una storia sigillata nella propria autoreferenzialità, incapace di “ascoltare” altre narrazioni, di aprirsi ad altri linguaggi, di ospitare altre logiche. In primo piano, nell’originale tragitto descritto da Lanaro, è la scrittura, della quale egli rilancia l’intrinseca pregnanza, una carica significante irriducibile ai gerghi specialistici, che occorre nutrire sistematicamente mediante il confronto con le tecniche adoperate da altri, con tutti i generi letterari improntati alla narrazione di accadimenti reali, ma anche “con l’angoscioso dilemma dei silenzi, delle rimozioni e dei tabù imposti da una qualsiasi censura collettiva”. Anche per colui che – come chi scrive – non è uno storico di professione, questo modo di “raccontare la storia”, preconizzato e concretamente esemplificato da Lanaro, non solo risulta davvero illuminante, ma consente anche di riconciliarsi pienamente con una disciplina della quale si avvertiva con disagio la tendenza ad una sempre più marcata chiusura tecnicistica. Ritroviamo in queste pagine, in questa scrittura così limpida e insieme sapida, le tracce di quel modo di intendere l’historia che resta quale fondamento imprescindibile della tradizione culturale dell’Occidente. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.