Umberto Curi – Fede, speranza e carità

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Introduzione al ciclo di incontri all’Antonianum di Padova su

Fede, speranza e carità

Umberto Curi

C’è un passo, nella prima lettera di Paolo ai Corinzi, che è rimasto famoso. E’ quello nel quale si allude ad un tempo ancora a venire, ad uno scenario futuro, nel quale finalmente verrà la perfezione. La nostra condizione attuale è come quella di chi veda in modo confuso, «come in uno specchio», mentre allora «vedremo faccia a faccia». Ora conosciamo solo in parte, allora conosceremo perfettamente. «Ora rimangono queste tre cose: la fede (pistis), la speranza (elpis) e la carità (agape)» (13, 13). Questi temi ritornano anche in altri luoghi delle Epistole, soprattutto in quella indirizzata agli Efesini, là dove, richiamandosi all’unità del corpo e dello spirito, si sottolinea la necessaria unicità della fede e della speranza, tenute insieme mediante la carità (4, 1-6).  Benché nella lettera ai Corinzi l’apostolo indichi esplicitamente che «la più grande è la carità», la relazione fra quelle che sarebbero state poi canonizzate come le tre virtù teologali ha costituito per secoli argomento di accese controversie nell’ambito della filosofia cristiana, da Tertulliano, Origene, Ireneo e Giovanni Crisostomo, fino agli esponenti di spicco della teologia contemporanea, Marc-Francois Lacan e Urs von Balthasar. Tuttora lontana dal potersi dire definitivamente conclusa, la discussione ha riguardato soprattutto la «circolarità» fra le Virtù, la loro persistenza nel tempo, anche quando sarà giunta la perfezione, e infine il loro rapporto gerarchico. Secondo von Balthasar, le tre virtù permangono non solo nel tempo ma anche nell’eternità, in opposizione ai carismi che sono transitori, mentre la carità «domina fra queste tre e anima le altre due». Diversa la posizione del filosofo cattolico Charles Peguy, secondo il quale la «piccola speranza», «che ha un aspetto proprio insignificante», pare trotterellare in mezzo alle sue grandi sorelle, la fede e la carità, ma in realtà «è lei a trascinarle tutte con sé». «La fede vede solo ciò che è. Invece lei vede quel che sarà. La carità ama solo ciò che è. Invece lei ama ciò che sarà. E le due sorelle maggiori si affrettano solo per la piccola».  La meditazione sul significato delle cosiddette Virtù teologali e sui loro rapporti, se ricondotta al cuore delle questioni che tuttora travagliano la coscienza del credente, riguadagna un’insospettata centralità. Il primato dell’agape, ad esempio, ribadito anche da Giovanni («Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui» (1 Gv 4, 16), se da un lato può condurre a fare della carità il vero principio di individuazione del cristianesimo, accentuandone così la valenza «umanistica» e riducendo le distanze con altre religioni pure imperniate sull’amore universale, dall’altro lato porterebbe in una certa misura a depotenziare il significato, oltre che della speranza, anche della stessa fede in Cristo, estenuando la specificità della religione fondata sul Vangelo.  Ma l’importanza di una riflessione rigorosa sul rapporto fra fede, speranza e carità non riguarda soltanto i credenti. Questi tre concetti sono fondamentali più in generale per la tradizione culturale di matrice greco-latina, dalle sue origini fino alla nostra contemporaneità. Basti pensare al ruolo che, a partire dalla mitologia, viene riconosciuto alla speranza, indicata già da Esiodo come l’unico antidoto all’altrimenti irredimibile condizione umana. O al rilievo attribuito alla pistis, alla «credenza», nel rapporto con la «certezza» a cui tende la conoscenza scientifica, o infine alla forte valorizzazione dell’amore, e i più in generale della sfera delle emozioni e delle passioni, nel suo intreccio indissolubile con la razionalità.

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