Umberto Curi – Europa: quando non basta parlare solo alla ragione

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Il Mattino di Padova, 06.06.2005

Europa: quando non basta parlare solo alla ragione
Umberto Curi

Da che mondo è mondo, sono due i moventi principali dell’azione politica: le passioni e gli interessi materiali. Il cuore e le viscere. Gli ideali che colpiscono l’emotività, e gli appetiti che governano la sensibilità. La ragione, in politica, interviene per lo più come la nottola di Minerva che esce sul far del tramonto: solo in un secondo momento, solo dopo che il cuore e le viscere hanno dettato le loro priorità. Interviene per rendere comprensibili, e talora anche per far sì che appaiano accettabili, spinte che di per sé sono extrarazionali, e che affondano appunto le loro radici in sfere lontane dal calcolo e dalla discorsività del logos. Piaccia o meno doverlo riconoscere, la costruzione dell’Europa è avvenuta finora sul piano della pura e semplice escogitazione razionale, condotta talora al limite della pura astrazione, sviluppandosi come algida progettazione di un “mondo possibile”, spesso remoto dal linguaggio e dalle categorie concettuali con le quali è organizzata la vita dei cittadini di questo continente. Da questo punto di vista, anche il trattato costituzionale europeo, sonoramente bocciato dagli elettori francesi e olandesi, ricalca fin troppo fedelmente la matrice dalla quale è scaturito, vale a dire una sorta di laboratorio di ingegneria istituzionale, nel quale hanno lavorato tecnici e politici di professione, avvezzi a concepire le forme politiche come manufatti liberamente riproducibili, anziché come risultati di processi materiali storicamente determinati. Era dunque del tutto inevitabile che questa sorta di Frankenstein creato artificialmente, una volta sottoposto al vaglio di un elettorato in carne ed ossa, anziché a quello di burocrati e commis di stato, fosse travolto dal dissenso. E non già perché, sotto il profilo dei princìpi o della specifica articolazione dei contenuti, esso risulti davvero inaccettabile, ma perché tutto il percorso da cui esso è stato generato, e la stessa ispirazione che ne è a fondamento, nulla a che fare con il cuore e le viscere della gente. Parla, o vorrebbe parlare, all’intelligenza dei cittadini, fa appello alla ragione, intende conquistare per la perfezione del suo dispositivo tecnico, ma resta del tutto esterno alle motivazioni che sono capaci di mobilitare le masse, di infiammare gli animi, di condurli a quella forma di impegno pronto perfino al sacrificio che ha saputo essere la politica in tante fasi della storia antica e recente, tutte le volte in cui ha saputo corrispondere agli interessi materiali e alle spinte ideali della gente. La conferma di questo scarto fin troppo vistoso è sotto gli occhi di tutti: là dove assemblee di “tecnici” sono state chiamate a pronunciarsi, come è accaduto con i Parlamenti di dieci paesi europei, è giunta l’approvazione, mentre dove il banco di prova è stato il suffragio popolare, come è avvenuto in Francia e in Olanda, la bocciatura ha assunto i contorni di una disfatta. Non si poteva prevedere nulla di diverso. Prima ancora di pronunciarsi sul merito del trattato in quanto tale, la metodologia prescelta per la sua elaborazione, il percorso concreto effettivamente seguito, scaturivano dalla scelta suicida di prescindere totalmente dal rapporto con i cittadini – col loro cuore e le loro viscere. Pretendere, poi, che quegli stessi cittadini accuratamente ignorati in tutta la fase della progettazione volessero poi riconoscersi nei risultati, vuol dire aver dimenticato fino a che punto la politica continui a camminare con le gambe della gente, e non con elucubrazioni astratte. Ma c’è, infine, un’altra ragione per spiegare la crisi – e forse anche la prematura dissoluzione – dell’idea di Europa che è stata fin qui costruita. Dal punto di vista storico, ma anche sotto il profilo concettuale, le costituzioni nascono al termine delle guerre. Suggellano, sul piano normativo, un mutamento nei rapporti di forza fra paesi o all’interno di essi. Interiorizzano il “nuovo” che, attraverso il tumulto dellaguerra, è emerso e infine si è imposto. E’ quanto è accaduto di norma, in Europa e altrove, almeno dall’inizio dell’età moderna. Per certi aspetti, anzi, la connessione guerra-costituzione rappresenta una costante storica che risale molto indietro nel tempo, all’alba delle forme politiche organizzate. La costituzione europea è, viceversa, il risultato di una sorta di “fusione a freddo”, di un processo non solo “pacifico”, nel senso di estraneo allo svolgimento della guerra, ma anche totalmente privo di quella molla della conflittualità, senza la quale nulla di nuovo, e di buono, può mai prodursi. Anche in questo caso, la scelta di far derivare un nuovo assetto istituzionale dall’escogitazione isolata di tecnici della politica e della legislazione, ha di fatto isterilito quel terreno vivo dei conflitti fra punti di vista diversi, che è sempre stata la matrice fondamentale di ogni realtà veramente innovativa. Insomma, il fallimento del trattato costituzionale europeo era davvero già scritto. Rispetto alla prospettiva neo-tribale avanzata da formazioni come la Lega, esiste tuttavia ancora la possibilità di riprendere il cammino verso una più genuina unione europea, facendo tesoro dell’esperienza e degli insegnamenti di questo fondamentale passaggio storico. Senza mai dimenticare che occorrerà saper parlare non solo alla ragione, ma anche al cuore e alle viscere dei cittadini della futura Europa.

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