Umberto Curi – Buoni e cattivi, decide un gene

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Buoni e cattivi, decide un gene

di Umberto Curi

Il Messaggero, 2 agosto 2002

Uno fra gli autori dello studio, Terrie Moffit, docente presso l’Università di Madison nel Wisconsin, ove i risultati finora conseguiti dovessero essere confermati sulla base di ulteriori indagini, si potrebbe avere la possibilità di intervenire mediante procedimenti di manipolazione genetica, allo scopo di ridurre sensibilmente il rischio che taluni individui possano sviluppare attitudini all’uso della violenza.
Le reazioni alla diffusione di questi risultati sono state, ovviamente, molto vivaci, non solo nell’ambiente scientifico ma anche in ambito religioso e giuridico. Fra i teologi, infatti, non mancano coloro che individuano in ricerche di questo genere un implicito attacco alla concezione del libero arbitrio, che è notoriamente uno dei cardini sui quali si fonda la dottrina morale della Chiesa cattolica, ma alla quale si riconducono anche numerose componenti di ispirazione luterana. Se fosse provato che i comportamenti antisociali, ivi inclusi quelli che si traducono in veri e propri crimini, non derivano da una libera scelta del soggetto, ma conseguono piuttosto in maniera deterministica dalle peculiarità del patrimonio genetico di ciascun individuo, sarebbe assai arduo, se non perfino impossibile, distinguere fra i “buoni” e i “cattivi”, con conseguenze dirompenti per l’assetto dogmatico della religione cristiana.
Allo stesso modo, sul piano della giustizia umana, si dovrebbero rivedere radicalmente i criteri di imputabilità, visto che gli autori di numerosi reati connotati con l’uso della violenza potrebbero invocare la loro irresponsabilità, in quanto incapaci di scegliere comportamenti diversi da quelli imposti dalla propria costituzione genetica.
Come spesso accade di fronte a ricerche come quella riportata ora da Science, le possibili implicazioni dei risultati ottenuti andrebbero valutate con grande prudenza ed estremo equilibrio. Gli stessi autori dell’indagine, infatti, hanno sottolineato che i dati raccolti indicano, per il momento, semplicemente una tendenza, che andrebbe confermata attraverso lo sviluppo di studi ulteriori e maggiormente approfonditi. In secondo luogo, anche ove dovessero rivelarsi corroborati sulla base di conclusioni univoche, gli esiti della ricerca non autorizzano affatto a ritenere che ciascun individuo debba essere considerato predestinato ad un comportamento, piuttosto che ad un altro. Già alcuni teologi, infatti, hanno osservato che, ben prima dello studio di Moffit e soci, lo stesso sant’Agostino aveva sostenuto che, in quanto segnato nella carne dal peccato originale, il genere umano è “massa dannata”, alla quale tuttavia non è affatto definitivamente preclusa la prospettiva di un affrancamento dai vincoli di questa colpa d’origine. La grazia divina, e le opzioni morali di ognuno, possono infatti consentire di limitare, se non di annullare, il condizionamento del marchio impresso dalla caduta di Adamo.
Ma anche al di fuori di considerazioni religiose, per quanto interessanti e rispettabili, i risultati della ricerca divulgata da Science sono ancora ben lontani dal cancellare il problema della responsabilità individuale, nelle scelte rilevanti dal punto di vista morale.
Piuttosto che allarmarsi rispetto a studi come questi, sarebbe preferibile non dimenticare la “morale” di un episodio che risale a quasi un secolo fa, allorché la Royal Society commissionò uno studio per accertare quali avrebbero potuto essere le conseguenze di una grande diffusione nella circolazione di automobili provviste di motore a scoppio, allora presenti in Inghilterra in poche decine di unità. Il risultato della ricerca fu che gli effetti più negativi sarebbero stati quelli di un forte incremento nella diffusione della polvere.

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