Fenomenologia di un collaboratore

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Clessidra Ribelle | di Silvia Crupano |

Se ad un anglofono dite che siete un “collaborator” o che “you collaborate” con un’azienda, il primo significato che il suo cervello elabora è quello di “informatore”, “collaborazionista”, “collaboratore” nel senso doppiogiochista della guerra tra spie. Solo in un secondo momento, ancorché il primo sia brevissimo, il vostro interlocutore realizzerà che vi riferite a quella forma lavorativa tipicamente italiana che dice tutto e niente del ruolo che si ricopre.

Benvenuti nel mondo aleatorio del lavoro nostrano, in cui aleggiano senza meta le sagome dei “collaboratori”: spesso qualificatissimi ma mai assunti, tenuti legati con fantasiosi arabeschi contrattuali, sottopagati, senza diritti né prospettive eppure – quale meraviglia! –, ricchi di entusiasmi ed energie, nonostante lo sfruttamento. Li conoscete bene: sono quelli che rispondono ai telefoni degli uffici, che fanno la fila alle poste carichi di buste e pacchetti – generando odi profondi in chi viene dopo di loro nella coda –, che cercano di darsi un contegno quando gli si chiede “che lavoro fai?”. Una generazione, tipicamente fra i 25 e i 35 anni, che vive un’identità indefinita e mutevole e sa che quasi certamente non troverà mai il proprio posto nel mondo.

Nondimeno, questa infelice condizione di indeterminatezza viene da alcuni sfruttata per un po’ di sana creatività: il non avere un ruolo preciso consente di inventarsene di inimmaginabili e misteriosi, costruendosi intorno un’aura di intrigante vaghezza. Come a dire: tu società civile (?) non mi permetti di stabilizzarmi in una posizione, di mettere a frutto le mie competenze in una categoria o classe lavorativa? E allora io trasformo la precarietà in reticenza e mi diverto a lasciar immaginare agli altri qualunque cosa vogliano circa le mie mansioni, godendomi il privilegio dell’anonimato sociale. Ecco allora che la prima accezione del termine “collaboratore” che viene in mente a un anglofono, risponde in pieno alle messe in scena cui talvolta si assiste. Ad esempio, telefonando a una piccola casa editrice: il collaboratore di turno fa di tutto per non dirti come si chiama, di cosa si occupa, quali sono i suoi recapiti, per non parlare dei suoi colleghi e superiori sui quali osserva il massimo riserbo. Così ti ritrovi a dovergli estorcere informazioni con tecniche retoriche da interrogatorio, quando sarebbe nell’interesse stesso del collaboratore – nonché nella sua etimologia – fornirti tutti i dettagli possibili, visto che la sua casa editrice partecipa a una fiera di cui tu sei l’ufficio stampa.

Analogo caso quello dei “collaboratori personali”, sottospecie particolarissima dei collaboratori generici e, incredibilmente, ancor più fumosa: ne avrete di certo avvistati diversi, sempre un passo indietro rispetto al vip o al manager, carichi di borse o agende, incollati a cellulari e tablet o presi in conversazioni fittissime con addetti e segretari mentre il personaggio importante attende rilassato. Tali assistenti ricordano spesso nei modi e nell’eloquio gli agenti segreti sotto copertura, che non rispondono mai a una domanda se non con un’altra domanda. Se hai la ventura di doverci parlare, ti accorgi subito del tasso di “rimbalzo” di cui sono capaci: più cerchi di capire e sei gentile, più si trincerano dietro muri di riservatezza, evasività, cordiale indifferenza. Il che senza dubbio gonfia il loro ego, facendoli sentire depositari di segreti o profezie ai quali tu, escluso dal novero degli adepti, non potrai mai accedere.

Questa e altre simili amenità accompagnano la vita di chi viene a contatto con i collaboratori: capita che il divertimento sia reciproco, magari perché si condivide la medesima condizione; altre volte può più l’esasperazione del famoso mal-comune. Questi personaggi appaiono (o dissimulano l’essere) spaesati, spesso timidi, quasi sempre teneramente spiantati ma non di rado fastidiosamente criptici. Non è colpa loro – che si limitano a cercare forme di sopravvivenza: sono lo specchio di una società che si inventa identità e maschere sempre nuove pur di non ammettere di averle perse tutte. Una società che lascia che migliaia di giovani galleggino a stento in una melma tanto vischiosa, in condizioni di vita precarie e di ostacolo a qualsiasi sviluppo, è una società innominabile, la cui unica speranza è un drastico azzeramento di tutti i diritti-privilegi, di tutte le convenzioni e convinzioni, in vista di un nuovo inizio.

Siamo tutti chiamati a collaborare…

S.C.


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