La sindrome post-Salone e lo spirito di Roberto Cerati

Silvia CrupanoClessidra Ribelle2 Comments

Clessidra Ribelle | di Silvia Crupano |

“Oddio! Non ce la farò mai a leggerli tutti!” è la tipica frase che indica l’insorgere della sindrome post-Salone. Seguita da una sensazione di inadeguatezza e sconcerto nell’osservare la propria libreria colma di libri e accorgersi che, ad occhio, un terzo abbondante attende di essere letto. Tuttavia, il decorrere della malattia include anche repentini mutamenti d’umore: difatti, poco dopo le prime due manifestazioni di cui sopra, la vista dei numerosi acquisti al Salone del Libro ben distribuiti sul tavolo provoca una scarica di endorfine che rallegra lo spirito, infonde soddisfazione e fa sentire eroici per l’aver salvato da chissà quale triste destino tutti quei volumi.
Senza dubbio il bibliofilo appuntamento di maggio al Lingotto di Torino lascia tracce di sé a lungo: non soltanto nei nuovi ospiti delle biblioteche casalinghe – che si disputeranno con i vecchi inquilini il diritto di essere letti per primi – quanto soprattutto nella ventata di incoraggiante ottimismo e passione che ogni anno ci si porta via.

Il Salone Internazionale del Libro si è chiuso ieri con un nuovo record di presenze e finalmente veri segnali di uscita dalla crisi (economica, ma anche culturale): ben 339.752 biglietti staccati (+3% rispetto all’anno scorso) e una netta ripresa delle vendite, con un incremento medio rispetto al 2013 fra il 10 e il 20%. Qualche dato in particolare: Gruppo Rcs 35%; Sperling & Kupfer oltre il 50%; Mondadori ed Einaudi 12%; Gruppo Gems 10%; Feltrinelli 20%; Sellerio 16%; Adelphi 5%; Minimum Fax 12%; Voland 30%. Rimandiamo al dettagliato comunicato stampa finale per scoprire tutti i numeri del successo.

Il “Bene” in vista di questa edizione è stato evidentemente di ottimo auspicio e chissà che il 2015 (anno in cui ospite d’onore al Salone sarà la Germania) non segni davvero l’inizio di un nuovo capitolo: l’Expo in Italia, il mercato editoriale che si riprende, magari i lettori che tornano ad aumentare dopo anni di decrescita (nel 2013 solo il 43% degli italiani ha letto almeno un libro).

È impossibile fornire un resoconto completo degli eventi (circa 2000) e delle emozioni al Salone, tuttavia il bello delle esperienze personali sta proprio nel loro essere ciascuna un prezioso tassello del più ampio mosaico. Per chi scrive, uno dei momenti più intensi è stato il ricordo di Roberto Cerati, direttore commerciale e presidente della Einaudi scomparso nel novembre scorso all’età di novant’anni.

A raccontare la sua vita, il suo lavoro e il suo straordinario temperamento, Walter Barberis (successore alla presidenza e a lui molto simile), Ernesto Ferrero, Alberto Asor Rosa, Carlo Feltrinelli, Romano Montroni. Einaudi e Feltrinelli si sono unite al di là di qualsiasi differenza o rivalità editoriale, per ricordare un uomo che forse non è mai stato vivo quanto nelle loro parole, nei ricordi privati e di lavoro che hanno condiviso con il pubblico.

Quei ragazzi un po’ attempati, che decenni fa iniziarono ciascuno con un percorso diverso avventure professionali e umane oggi irripetibili, hanno testimoniato quanto la vera cultura superi qualunque barriera e quali splendidi risultati si ottengano unendo gli intelletti e gli entusiasmi migliori. È stata addirittura svelata una “trattativa segreta” di tanti anni fa tra Giulio Einaudi e Giangiacomo Feltrinelli volta alla creazione di un progetto comune: non andò in porto, ma impossibile per i relatori (e per noi tutti) non fantasticare su cosa sarebbe accaduto se i due principali editori della sinistra si fossero uniti. Riflettendoci, è stato un bene preservare le reciproche ricchezze e differenze, offrendo così ai lettori un panorama più variegato e completo, nondimeno la prospettiva ha ricordato a tutti che talvolta gli steccati esistono solo sulla carta.

L’incontro è proseguito con un susseguirsi di citazioni e aneddoti: Ernesto Ferrero, direttore editoriale del Salone e storico uomo Einaudi (ricordiamo il suo bellissimo libro sulla “avventura einaudiana” I migliori anni della nostra vita, non a caso edito da Feltrinelli), ha ricordato quella volta che Cerati sostituì ad agosto un giovane libraio per consentirgli di andare in vacanza con la famiglia; lo spirito unico con cui egli curava – nel senso più autentico – i rapporti con i librai e il modo di fare editoria, sempre centrato sui contenuti e mai sui numeri, che dei contenuti sono o dovrebbero essere conseguenza. Ecco perché Cerati era convinto che «quel che conta è avere un’idea, non perdere la strada. Stiamo dimenticando che per vendere libri bisogna parlare di libri».

Alberto Asor Rosa ha rievocato i “pizzini” di Cerati agli autori: brevi lettere nelle quali analizzava passo per passo la loro opera e, sempre e soltanto trattando della sostanza del testo, spiegava come e perché quel volume avrebbe potuto avere successo. «Cerati era un monaco laico dedito alla religione del libro, incarnata su questa terra dalla Giulio Einaudi Editore, il cui indiscusso rappresentante era lo stesso Giulio Einaudi» – così Asor Rosa ha dipinto la fedeltà di quest’uomo al suo lavoro e alla sua casa editrice.

È stata poi la volta del giovane Carlo Feltrinelli, il quale ha offerto al pubblico ricordi di se stesso appena ventenne che si intratteneva al ristorante o al caffè con Cerati, quasi ogni giorno. La frase che più gli è rimasta impressa, che senza dubbio ha colpito anche l’uditorio: «Quando i tempi non consentono di vendere libri, bisogna vendere speranza. E anche questo è mestiere nostro».

Romano Montroni, neo presidente del Centro per il Libro e la Lettura (Cepell), si è commosso nel ricordare la dedizione di Cerati alla filiera editoriale, la scrupolosa conoscenza della rete delle librerie, al punto che quando da Feltrinelli gli proposero di diventare direttore commerciale alle vendite chiese un parere a Cerati e questi gli consigliò un tour d’Italia per incontrare i librai e analizzare i mercati locali. Il viaggio ci fu: un’esperienza bellissima che ricordò a Montroni quanto amasse stare in libreria, più di qualsiasi lavoro manageriale di supervisione – sicché rifiutò.

Ha chiuso la catena Walter Barberis, delineando il carattere «riservatissimo, discretissimo, prudentissimo» di Cerati («esserci sempre, apparire mai») e le sue differenze da Giulio Einaudi, benché ne sia stato strettissimo collaboratore. A Einaudi piaceva descrivere la casa editrice come un «cervello connettivo», perché si trattava sì – sottolinea Barberis – di un «sistema planetario con al centro il sole Giulio Einaudi, ma con tutt’intorno i pianeti in orbita, ovvero tutti i collaboratori e i tecnici, dal più vicino, Cerati, fino all’ultimo addetto». Tutti dovevano regolarmente incontrarsi e scambiarsi opinioni: solo così la squadra funzionava bene. Quanto all’atteggiamento verso il mercato, verso la realtà in mutamento, Barberis ribadisce come Cerati discutesse sempre della forza dei libri, mai delle tecniche di vendita e di marketing: lo scopo precipuo del suo lavoro, diceva di sé, era «acquistare credito, ispirare fiducia a una clientela sempre più vasta, abbellire l’azienda e il clima di lavoro, proporre una molla di progresso».
Già, perché secondo Cerati un vero editore dovrebbe sempre avere questo obiettivo: «produrre bene e vendere bene, per tornare a produrre meglio». La formula magica per il successo di un libro? «Un libro nuovo deve nascere vecchio», cioè dev’essere capace di incidere sul presente ma riuscire subito a diventare un classico, e quanto alla rincorsa del progresso, non aveva dubbi: «camminare nella tradizione, rinnovare nella continuità» – suo motto preferito, affisso perfino sulla porta dell’ufficio.

La sindrome post-Salone è anche questo: una serie di frasi, volti, emozioni, che contagiano come “batteri opportunisti” in un circolo virtuoso che lascia nel sangue preziosi anticorpi: contro l’ignoranza, la noia, l’indifferenza, l’apatia. Ad ogni edizione il Salone ti attacca questa specialissima malattia il cui unico triste effetto collaterale è che, dopo qualche tempo, si attenua e sembra quasi scomparire: in realtà infondendoti l’attesa entusiasta dell’anno successivo!

S.C.


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2 Comments on “La sindrome post-Salone e lo spirito di Roberto Cerati”

  1. Un reportage di altri tempi che trasuda passione e affetto per un mondo vilipeso e derelitto. Mi è sembrato davvero di vederti sul serio davanti ai nuovi acquisti – ahi, ahi – che cercano posto tra gli altri libri della tua libreria, ancora in attesa d’essere pur loro letti. Il ricordo dei maestri e l’amore per i loro insegnamenti, la loro testimonianza d’essere, affascinano e trasportano.

    1. Grazie di cuore! Sono felice di essere riuscita a trasmettere le mie emozioni a te che non hai potuto viverle in prima persona 🙂

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