Sergio Givone – Un’etica per il nostro tempo

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Il Grillo (12/2/2001)

Sergio Givone

Un’etica per il nostro tempo

 “Se Dio non esiste tutto è permesso!”  “Se Dio esiste tutto è permesso!”

Puntata realizzata con gli studenti del Liceo Classico Aristofane di Roma

STUDENTESSA: Benvenuti al Liceo Aristofane di Roma. Oggi parleremo di etica per il nostro tempo con il professor Sergio Givone, docente di Estetica all’Università di Firenze, che ringraziamo per la partecipazione. Per introdurre l’argomento vediamo una scheda filmata.

 La storia della filosofia ha conosciuto numerosi tentativi di razionalizzare, comprendere l’ambito morale e persino di legiferare su di esso. La possibilità di una morale che fosse in accordo con dei principi razionali non è stata mai abbandonata. Ma nel nostro secolo l’etica tradizionale è davanti a un crisi forse irreversibile, crisi dovuta da un lato alla crisi dei fondamenti del sapere, al politeismo dei valori, a quella che Nietzsche chiamò la morte di Dio, dall’altro a un evento traumatico insuperabile come i campi di sterminio e la possibilità, con l’atomica, dell’istantanea fine dell’intero genere umano. Eppure la situazione è aperta. “Se Dio non esiste tutto è permesso!” esclamava un personaggio di Dostoevskij. Ma il sociologo, Zygmunt Bauman ha obiettato che è altrettanto vera l’affermazione contraria: “Se Dio esiste tutto è permesso!”. Ossia in nome di sistemi, di certezze forti posso fare a meno della mia responsabilità, e cioè posso agire in maniera non morale. La morte di Dio ci mette in crisi, ma rende evidente una cosa: l’etica ha a che fare con la responsabilità individuale prima che con un sistema di norme e principi. Ma come gestire questa terribile responsabilità di fronte a questa perdita di illusioni?

STUDENTESSA: Come possiamo fronteggiare questa morte di Dio di cui ci parla Nietzsche?

GIVONE: Intanto si tratta di capire chi è il Dio che è morto. Se il Dio che è morto è un principio metafisico, se, a seguito di questa morte, noi siamo consegnati a noi stessi, alla nostra libertà, questa è una buona occasione per l’etica, perché l’etica – come abbiamo sentito nella scheda – non è soltanto un sistema di valori. L’etica si appella alla nostra libertà. E allora se il Dio che è morto è il principio metafisico e il Dio che forse rinasce in noi è la libertà, ecco una grande occasione per l’etica. Certo tutto questo è molto difficile, anzi è terribile.

STUDENTE: L’etica segue l’evoluzione della società o le sue questioni sono le stesse nel tempo?

GIVONE: Non saprei rispondere se non che, anzi tutto, – e forse su questo punto possiamo metterci d’accordo – l’etica è un fatto, sì un fatto. È il fatto di dover rispondere delle nostre azioni a qualcuno. Lo sappiamo. Magari ce lo nascondiamo, magari facciamo finta che non sia così, però – questa è la lezione di Kant! – noi sappiamo, in fondo, anche se ci fa fatica, anche se non lo vogliamo, di dover rispondere delle nostre azioni.

STUDENTE: È quindi una forma di censura?

GIVONE: Assolutamente no! La censura inibisce, occulta, nasconde. Invece quello che l’etica ci propone, l’etica della responsabilità, è trasparenza, è essere se stessi di fronte agli altri. Quindi il contrario della censura. Dicevo: lasciamo stare a chi si debba rispondere, se agli altri, se a noi stessi, alla nostra coscienza, a Dio. Il fatto è che dobbiamo rispondere. Ora questa affermazione – poi magari vedremo meglio che cosa significa – comporta una serie di conseguenze. Perché vedi, un conto è rispondere a un tribunale, un conto è rispondere alla società di cui facciamo parte, e un conto è rispondere alla nostra coscienza. Se noi siamo chiamati in tribunale, c’è un Codice e si tratta di verificare se noi abbiamo trasgredito quel determinato Codice. Ma il Codice potrebbe essere ingiusto, la legge potrebbe essere ingiusta. E in noi stessi potremmo trovare la forza, anzi il dovere, di dire: “no alla legge”. Ecco una prima distinzione che già si pone tra l’etica e il mondo del diritto, il mondo della legge. Sono due cose diverse. Ma la stessa distinzione, per rispondere alla Tua domanda, la dobbiamo porre tra l’etica e il mondo delle consuetudini, quello che si chiama il “costume”.  Tutti noi naturalmente abbiamo usi, abitudini, apparteniamo a una certa tradizione. Ma all’interno di questo che è il nostro orizzonte, noi siamo chiamati a dire “sì” o “no”. Ecco, l’etica è questo “sì” o “no”, che noi siamo chiamati a dire, di fronte al costume, alle abitudini consolidate, ma anche di fronte alla legge. Mentre Ti stavo parlando scorrevano immagini – forse le hai viste anche Tu – di campi di concentramento. Non dimentichiamo che quei deportati, che ora vediamo, sono stati deportati legalmente, in base a una disposizione di legge. La morale è là dove qualcuno osa dire “no”, anche di fronte alla legge e a maggior ragione di fronte a un costume che non riconosce più come valido. Quindi l’etica resta. I costumi cambiano, le leggi cambiano, ma l’etica resta.

STUDENTESSA: Si può parlare di un’etica universale, ci sono dei principi, dei valori di base che ci accomunano tutti e che possano valere per tutte le culture del mondo, in quanto tutti noi siamo delle persone?

GIVONE: Guarda, rispondo in un modo che potrà sembrarTi un po’ sconcertante, e cioè spaccando la Tua domanda. Sì, l’etica è universale, sempre sulla base di quello che ho detto prima: l’etica è questo dovere che tutti hanno, indipendentemente dalle condizioni in cui si trovano a vivere, dal contesto storico, di rispondere delle  proprie azioni. Ma questo non significa che ci siano, necessariamente, dei valori uguali per tutti. Non significa che i contenuti oggettivi di questa responsabilità possano essere codificati come se esistesse un sistema di valori, degli imperativi, delle norme, stabilite le quali un volta per sempre possano valere per tutti. Niente affatto. Ma il fatto che non sia stabilito, che non si possa stabilire un sistema oggettivo di valori, non significa che l’etica non sia l’etica, perché l’etica è piuttosto questo bisogno, questo appello alla nostra coscienza, alla nostra responsabilità nei confronti degli altri, che ci impone a dire “no” quando noi riteniamo di dover dire “no”, a dire “sì” quando noi riteniamo di dover dire “sì”, anche se questo costa, anche se questo costa la nostra esclusione dalla compagine sociale. Perché, se tutti pensano che invece bisogna dire “sì” e tu dici “no”, questo può costare la tua esclusione, la tua espulsione, e anche peggio. La sola universalità è questa. Per questo Kant, uno degli autori, come Tu sai, che più di altri ha riflettuto – e profondamente – su questi problemi, riteneva che l’imperativo categorico, quello che ti porta appunto dire “sì” o “no” è un imperativo puramente formale.

STUDENTESSA: Molto spesso al Telegiornale, quando si presentano problemi di carattere etico, vengono interpellate sia figure religiose che figure laiche. Ma si può parlare di un’etica religiosa e di una laica? O comunque anche l’etica laica in qualche modo è sempre influenzata dai vari credi o religioni?

GIVONE: Credo che l’etica, in quanto risposta personale e razionale al dovere, è fondamentalmente laica, cioè prescinde dall’appartenenza a una tradizione, dalla fede religiosa, e così via. Ciò non toglie che, all’interno della propria professione di fede o all’interno del proprio rifiuto di qualsiasi fede religiosa, l’etica debba agire. Perché ciascuno di noi è una certa tradizione, è un certo mondo, o meglio è dentro una certa tradizione, è dentro un certo mondo, un mondo fatto di credenze, di fedi, di aspettative, di desideri, sogni. Non siamo dei gusci vuoti. No, siamo fatti, impastati di sangue, di carne, e quindi di desideri, di sogni, di pregiudizi. E questo non dobbiamo dimenticarlo. L’importante è che all’interno del nostro essere fatti come siamo fatti, del nostro essere quello che siamo, noi facciamo valere quest’istanza razionale.

STUDENTE: Avrei bisogno di un chiarimento, anche alla luce di quello che Le ha chiesto Francesco. Possiamo parlare di una libertà etica, oppure libertà ed etica sono due concetti in qualche modo contrapposti?

GIVONE: Assolutamente no! Solo dove c’è libertà c’è etica. Se l’etica è il dover rispondere dei propri atti ad altri o a se stessi, si pone solo se si è liberi. Se non sono libero, che dovere ho di rispondere dei miei atti? La libertà è il presupposto dell’etica. Senza libertà non c’è nessuna etica possibile. Senza libertà immediatamente l’etica, anche quando sembra tale, forse per questo Tu hai fatto questa domanda, scivola in qualche cosa che ne ha l’aspetto, ma è un’altra cosa. Scivola nel costume, scivola nella fede religiosa. E il costume e la fede religiosa possono essere esperienze altissime, sia ben chiaro. Ma l’etica presuppone la libertà. Ancora una volta dobbiamo citare Kant. Kant ci ha insegnato che la libertà noi non sappiamo che cosa sia, ma ne siamo assolutamente certi in quanto è un postulato della ragione. Così come siamo certi che c’è la legge morale, e ciascuno, anche se offuscato dalla sua condotta di vita, o da altro, lo sa. È una sorta di evidenza incontrovertibile, questa. Ciascuno sa che c’è la legge, la legge morale. No? “Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”. Queste certezze che sono non soltanto delle certezze, ma certezze che commuovono. Perché commuovono? Perché ci fanno scoprire quello che per Kant è il mistero stesso della vita, il suo sgorgare dalla libertà, il suo essere fondata – la vita umana – sulla libertà. Dobbiamo rispondere di noi, delle nostre azioni, dunque siamo liberi. Che cosa sia la libertà non lo sappiamo, ma è una certezza assoluta, perché è certo che dobbiamo rispondere.

STUDENTESSA: L’etica riesce a incarnarsi nel diritto, oppure il rapporto tra etica e diritto è conflittuale? Mi riferisco ad alcuni casi particolarmente conflittuali, come la pena di morte.

GIVONE: L’etica e il diritto spesso si sovrappongono.Pensa al Decalogo: sai bene che può essere inteso in senso etico e in senso giuridico. “Non uccidere”, per esempio,  un conto è “non uccidere” semplicemente perché, se lo faccio, sono punito, vado in prigione o addirittura sono condannato a morte in certi paesi,  e un conto è se non disobbedisco per non offendere l’altro, per non fare del male all’altro in quanto essere umano. Quindi l’etica e il diritto, anche se si sovrappongono, si collocano su due piani differenti. Non solo, ma proprio per questo, l’etica e il diritto spesso entrano in contraddizione, non solo in conflitto, ma addirittura in contraddizione. Io ho fatto l’esempio prima, il più clamoroso, quello dei campi di concentramento. Non si deve mai dimenticare questa cosa atroce e che deve dare da pensare, che il nazismo è un sistema che è stato liberamente scelto, che è stato legittimamente dal popolo tedesco. Non solo, ma erano leggi di un sistema liberamente scelto quelle che imponevano la delazione, imponevano la deportazione, e così via. Quindi leggi che la coscienza morale assolutamente non poteva accettare. Questo è un conflitto. Questo è una opposizione senza soluzione. E, bada, questa conflittualità, questa contraddizione, che talvolta c’è fra etica e diritto, non è cosa soltanto nostra e venuta alla luce con il nazismo o con i regimi tirannici di cui – ahimè! – anche dopo il nazismo abbiamo fatto esperienza. Lo sapevano benissimo già i Greci, i tragici greci. Ti ricordi Antigone? Antigone si trova di fronte a una legge, diciamo così, contraddittoria, cioè alla contraddizione fra la legge dello Stato e la legge del cuore. Uno dei due fratelli ha mosso guerra a Tebe, l’altro ha difeso la città. Si sono uccisi l’un l’altro. Il fratello che ha mosso guerra alla città deve restare insepolto. Questa è la legge della città. Attenta! Qui c’è qualche cosa di più che una opposizione tra una legge ingiusta e un dovere giusto, il giusto dovere di contrastare la legge. Qui ci sono due leggi entrambe a loro modo giuste. Ecco perché è una vera e propria contraddizione, non soltanto un’opposizione. È giusto che la città difenda se stessa e impedisca e punisca così duramente colui che ha mosso guerra alla città. Ma è anche giusto che la sorella seppellisca il fratello, cioè risponda alla legge del cuore. Ecco un chiaro esempio, un esempio tragico. E infatti ha avuto voce in una tragedia. Sofocle ha saputo esprimere meravigliosamente questo conflitto tragico tra la legge del cuore, diciamo, la legge propriamente etica e la legge dello Stato, la legge propriamente giuridica.

STUDENTESSA: Il politeismo dei valori, di cui si parla anche nella scheda filmata, non potrebbe essere considerato solo una fase di transizione dell’etica?

GIVONE: Dunque, qui bisogna evitare – non che Tu l’abbia fatto – la confusione che fa chi ritiene che politeismo dei valori equivale a politeismo delle etiche possibili. No, lo abbiamo già detto: che i valori siano tanti e anche in contraddizione tra di loro, non significa che l’etica non sia sempre se stessa. È che di fronte a opzioni diverse, conflittuali, a volte addirittura contraddittorie, noi siamo continuamente chiamati a quella sola cosa che conta, a rispondere, a corrispondere a questo mondo di valori contraddittori che si dispiegano davanti ai nostri occhi. E cosa vuol dire corrispondere? Vuol dire mettersi in gioco. Vuol dire rischiare di essere, a nostra volta, lacerati da opzioni diverse. Ma cosa possiamo fare a quel punto? Che cosa dobbiamo fare? Ascoltare che cosa ci dice il cuore,  cosa ci dice la coscienza, ascoltare la nostra convinzione profonda. Ma la nostra convinzione profonda dobbiamo portarla alla luce d’una razionalità che la rischiari, che non la condanni a essere pura e semplice superstizione. Perché c’è anche questo rischio, che al politeismo dei valori, corrisponda un’etica puramente superstiziosa, cioè un’etica della convinzione che non dà ragione di sé, della convinzione che è pura radice, buia radice, cioè sentimento irrazionale. E invece no, è giusto ascoltare il cuore, è giusto ascoltare la coscienza, quella che è la nostra radice, ma portandola alla luce della ragione.

STUDENTESSA: Vediamo che oggi la società sta esaltando sempre di più l’individuo: ma l’eccesso di individualismo può rappresentare un problema per l’etica?

GIVONE: Sì, se individualismo significa incomunicabilità, significa chiusura dentro quelle convinzioni superstiziose di cui si parlava prima, se individualismo significa politeismo dei valori, cioè una molteplicità di valori che non stanno più in rapporto tra di loro, per cui ognuno sceglie il suo e lo sceglie, non solo liberamente, ma arbitrariamente, cioè secondo il principio di  piacere e non secondo ragione, non confrontandosi con gli altri, e così via. Se individualismo è questo, l’individualismo è una grave minaccia, mette a rischio l’etica. Ma non è detto che sia soltanto questo. L’individualismo potrebbe anche essere una forma di emancipazione da quelle forme di vita che identificavano l’etica con il costume, con l’abitudine, con la tradizione. Potrebbe essere un richiamo, non solo alla nostra libertà, ma alla nostra solitudine, cioè al fatto che siamo soli. Ed è giusto esserlo. Cioè al fatto che sta a noi in definitiva prendere la decisione, indipendentemente da quelli che sono i valori di provenienza, quelli che fanno da sfondo alle nostre vite, le tradizioni, i costumi, e così via. Se individualismo è questo forte richiamo alla nostra solitudine, ben venga l’individualismo, anche se è una scuola difficile e rischiosa, per i motivi che dicevi Tu prima.

STUDENTESSA: Come ben sappiamo il nostro secolo è stato dominato da grandi sviluppi tecnologici. Ma questi come si pongono di fronte all’etica e soprattutto la tecnica può rappresentare un problema per l’etica stessa?

GIVONE: Non a caso si parla di bioetica, per esempio, e perché? Perché lo sviluppo della tecnologia, che è sotto gli occhi di tutti, ha modificato le nostre relazioni con il mondo e prima ancora le nostre relazioni con gli altri e con noi stessi. L’esempio che si può fare – facciamolo, se n’è parlato in questi giorni – è il caso dell’eutanasia. Oggi effettivamente la medicina ha delle potenzialità che prima non aveva. Il malato è, per così dire, portato al di là di quella che è una soglia del dolore, così come era conosciuta fino a pochi anni fa. E allora che fare? Che fare quando il dolore è intollerabile Se la domanda si pone in questi termini, ecco una domanda, una provocazione terribile per l’etica, perché l’etica ci dice che nessuno può decidere della vita degli altri. E allora? Il problema c’è e non può neppure essere risolto un po’ troppo sbrigativamente, dicendo: mah, tutto sommato, quando il dolore è intollerabile, possiamo aiutare il malato a liberarsi, sia pure liberandolo anche della vita, di questo dolore. Temo sia un risposta semplicistica, perché ci sono tanti altri problemi da considerare. Chi decide che cosa è tollerabile e che cosa non lo è? Il malato? Ma se il malato non è più in grado di decidere? Decidono gli altri? E quali e quanti soprusi  possono nascere nel momento in cui demandiamo una decisione così delicata ad altri? Vedi, si passa continuamente da argomenti a favore ad argomenti contro. Non bisogna naturalmente avere paura di affrontarli questi problemi. L’importante è non arroccarsi su posizioni che sono puri e semplici schieramenti. Questo è l’errore peggiore. Cosa che invece facciamo. L’altro esempio recente: la cosiddetta liberalizzazione delle droghe. Anche questo ha a che fare, se vuoi, con la tecnologia, perché è la tecnologia a produrre sempre nuove forme di droghe. Ma, appunto, quali sono i problemi che qui nascono? Di nuovo, li si vuole risolvere semplicemente dicendo: “Se sei di destra assolutamente no: proibizionismo! Se sei di sinistra, invece, … ” . È un pessimo modo di ragionare. Cerchiamo di vedere quali sono gli argomenti a favore – non della liberalizzazione, perché nessuno vuole la liberalizzazione delle droghe, se mai la legalizzazione – e quali sono gli argomenti contro. Ce ne sono favore e ce ne sono contro, un po’ come nel caso dell’eutanasia. A favore della legalizzazione c’è questo: che effettivamente, in assenza di qualsiasi controllo il crimine trionfa. E quindi c’è, intorno a questo fatto criminale – lo spaccio della droga – tutta un serie di crimini che fanno da sfondo a questo, anche più grandi. E dunque l’argomento che dice: “Legalizziamo”, nel senso di “Controlliamo questo mercato”, è un argomento forte. L’argomento di chi invece lo esclude questo controllo, questa legalizzazione è che qualora avvenisse allora sarebbe un po’ come un permesso dato,  finirebbe con l’incentivare l’uso delle droghe stesse. Ecco, è sulla base di questo confronto, tra argomenti diversi, che bisogna prendere posizione. L’evoluzione, il progresso, mette sempre di nuovo tutti noi di fronte a problemi come questi. L’importante è ragionarci sopra. Non prendere posizione semplicemente perché scegliere questo corrisponde alla mia concezione politica, scegliere quest’altro invece no!

STUDENTE: Aristotele ci dice che l’uomo è un animale razionale, cioè differisce dagli altri animali per un impulso conoscitivo. Ma oltre a questo tipo di impulso, l’uomo nasce con un impulso etico? E comunque, nel momento che viene a contatto con una società organizzata, in cui regnano delle leggi che sono un po’ il terreno su cui si muove l’etica, l’uomo fa propria questa dimensione etica o rimane estranea al suo essere più intimo?

GIVONE: È vero. Aristotele dice che l’uomo è un animale razionale, e dice anche tante altre cose in merito a una possibile definizione dell’uomo. Quella che a me piace di più è che l’uomo è un animale che ride. Ed è una definizione molto profonda, anche se sembra ovvia. L’uomo è un animale che ride, quindi l’uomo è un animale capace di prendere le distanze dalla vita così com’è, dalla vita puramente animale. È qualche cosa di più e di diverso dall’animale, in quanto ride. Perché dico questa cosa? Perché tra la definizione dell’uomo come animale razionale e, la definizione dell’uomo come animale che ride, incontriamo, in questo spazio, l’etica. Che cos’è l’etica se non un prender le distanze dagli usi, dai costumi, ragionarci sopra, quindi razionalmente, ma anche ironicamente, se ironia è appunto distacco, è non riconoscersi come tutt’uno con la vita che ci si trova a vivere. È un prospettare delle alternative. Ecco, metti insieme queste due definizioni di Aristotele e troverai una risposta alla Tua domanda.

STUDENTESSA: Lei ha scritto un libro intitolato: Eros-Ethos. Ma che rapporto c’è fra questi due concetti che, apparentemente, ci sembrano così lontani tra loro?

GIVONE: Sì. Sono due concetti lontani e vicinissimi. Sono due concetti che stanno tra di loro in un conflitto evidente. L’eros è il desiderio, la vita istintiva, pulsionale. E che cosa vuole il desiderio? Vuole realizzare, vuole raggiungere il proprio scopo. E non intende ragione, è portato a scavalcare qualsiasi legge, qualsiasi dovere, qualsiasi responsabilità nei confronti degli altri. Questo è eros, nella sua natura più propria. Invece ethos è legge, è dovere, è fare i conti con gli altri, è responsabilità. Come non vedere qui un conflitto, se non, di nuovo, addirittura una contraddizione? Eppure che etica è un’etica che è pura e semplice esecuzione di un dovere? Che etica è quella che non parta da una convinzione profonda, quella in cui il mio assenso sia lettera morta e non sia invece qualche qualche cosa che sgorga dal dal profondo del del mio cuore. E viceversa eros non è a sua volta dominato da qualche cosa come un dovere, il dovere di essere fedeli a se stessi, il dovere di dire sì a quello che è certo il proprio desiderio, ma a quello che ci porta a vedere nel desiderio qualcosa come la nostra verità più intima e più profonda. Da questo punto di vista vedi che eros ed ethos sono vicini, vicinissimi, addirittura si toccano. Toccandosi danno luogo spesso a dei cortocircuiti incandescenti. Ma questa è la nostra vita.

STUDENTESSA: Purtroppo si sente spesso parlare di violenza, al telegiornale, oppure si legge sui giornali. Ma la violenza può essere un tema filosofico o rimane solamente un fatto di cronaca?

GIVONE: La violenza è il tema filosofico per eccellenza, o, uno dei grandi temi filosofici. Intanto basta scorrere la storia della filosofia e scopriremo quanto i filosofi hanno ragionato  sulla violenza. Vediamo Hobbes: homo homini lupus e poi la violenza delle istituzioni, la violenza della tecnica, del progresso, Rousseau, Hegel, che nella violenza vede addirittura una sorta di astuzia della ragione, un modo attraverso cui l’uomo progredisce. E oggi, che la violenza ha acquistato, forse come non mai – dico forse perché, chissà – un carattere così devastante, così intollerabile e scandaloso, come si fa a non riflettere filosoficamente sulla violenza? La Tua domanda coglie nel segno, perché riflettendo sulla violenza noi siamo tentati di abbandonare subito il campo, a dire: la violenza è un fatto, la violenza c’è. La possiamo, se mai, tenere sotto controllo, possiamo interrogarci su come limitarne i danni, ma che l’uomo venga da un fondo di violenza, che la vita umana sia una sorta di emergenza, da questo fango di cui siamo impastati, che è  la violenza dello stato di natura, che le cose stiano così non possiamo che prenderne atto. Perché, se noi consideriamo che cosa propriamente è la violenza dell’uomo, dell’uomo sull’uomo, dell’uomo sulla natura, ma l’uomo offendendo la natura, violentando la natura violenta se stesso, se noi osserviamo che cos’è, ci domandiamo che cos’è propriamente la violenza dell’uomo, scopriamo – Ti sembra un gioco di parole, una banalità, ma poi mi spiego -, scopriamo che è dell’uomo, cioè che ha un tratto peculiare che la distingue, questa violenza, da tutte le altre forme di violenza, sia la violenza che la natura esercita nella forma, che so io, di inondazioni, vulcani, disastri di vario genere, sia dalla violenza che gli animali esercitano sugli altri animali. L’animale uccide, il leone aggredisce violentemente la gazzella, ma poi ritorna in pace con se stesso. L’uomo no! La sua violenza ha sempre – come chiamarlo?- un valore simbolico aggiunto. Capisci cosa voglio dire? L’uomo la fa questa violenza e c’è il suo marchio. La riconosciamo come qualche cosa che non appartiene all’ordine naturale. L’uomo che aggredisce il nemico lo fa certo per difendere se stesso, ma anche per altre ragioni, ben più misteriose. E, se vince la sua battaglia, la testa del nemico la esibisce sulle picche, oppure addirittura – e sono fatti di cronaca -, gioca con la testa del nemico che ha straziato. Ecco, questo è il significato umano, troppo umano, ma soltanto umano, della violenza. Bisogna partire di qui, riconoscere che la violenza dell’uomo non è soltanto un puro residuo bestiale, è qualche cosa di più. È un fatto culturale. E questo è tremendo.

STUDENTE: La società, oggi, quando parla di filosofia, sembra parlare più che altro di etica. Ma allora è l’etica oggi la filosofia principale?

GIVONE: È vero,  la filosofia oggi – mi ci fai pensare Tu, perché come sempre, quando le cose sono troppo vicine, non le vediamo – parla soprattutto di etica. E anche quando parla di altro, per esempio di gnoseologia, di teoria della conoscenza o addirittura di metafisica, oppure – appunto ciò di cui io mi occupo – di estetica, poi si finisce sempre per parlare di etica. Ma c’è da domandarsi se non sia in fondo sempre stato così, se le domande che si pone  la filosofia non siano quelle che possiamo tradurre – senza  banalizzare – dicendo: “che cosa ci sto a fare io qui?”. C’è tutto in questa domanda. C’è la metafisica: da dove vengo, verso dove vado. C’è la teoria della conoscenza. Se imposto una domanda, se pongo una domanda, devo porla correttamente. C’è l’estetica, perché dire: “cosa ci sto a fare qui” è anche lasciar cader l’accento sul come, sul sentimento di essere, e così via. Ma tutto ciò si raccoglie intorno a quella che è la dimensione centrale, la dimensione etica.

STUDENTE: Non potrebbe essere che con lo sviluppo l’uomo ha, come dire, scartato dei rami della filosofia come per esempio la fisica? Con il progresso scientifico l’uomo ha eliminato, grazie alla scienza, il problema filosofico della fisica?

GIVONE: La la filosofia è più resistente, nel senso che, rispetto alle scienze esatte, il dialogo con i filosofi del passato è molto più produttivo di quello che avviene nel campo della fisica o della matematica. Se vai in una biblioteca  umanistica, troverai conservati i libri di trenta, di cinquanta, di cento, di cinquecento anni fa. E sono tutti ugualmente preziosi. Se Tu vai in una biblioteca di un dipartimento di Fisica o di Matematica, tutto si brucia molto in fretta. Le riviste, quelle davvero consultate, quelle che servono, sono le riviste dell’ultimo anno, degli ultimi due, tre anni, perché poi nessuno, se non per ragioni puramente storiche, si sognerebbe di andare a vedere che cosa pensavano i fisici cent’anni fa.  La filosofia non è una scienza esatta. La filosofia è dialogo. La filosofia è dialogo con altri che prima di te hanno pensato problemi che sono sempre quelli. Questa immagine dei rami secchi è efficace, la possiamo adattare anche alla filosofia. I filosofi hanno preso talvolta delle strade che poi si sono rivelate improduttive, che non portano da nessuna parte. Ma c’è stato chi ha insegnato che anche i sentieri che non portano da nessun parte in filosofia hanno senso, perché rivelano quello che è l’essenziale della filosofia e cioè questo ricercare dell’uomo, dove l’ultima parola non è ancora stata detta, dove non lo sarà mai, ma dove, per l’appunto, il dialogo è aperto e l’orizzonte quanto mai ampio.

Puntata registrata l’11 dicembre 2000

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