Sergio Givone – Una pillola cancellerà i grandi dolori della vita

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Il Messaggero, 20.10.2004

Una pillola cancellerà i grandi dolori della vita 

di SERGIO GIVONE

CI sono traumi che non si dimenticano. E non solo non si dimenticano, ma lasciano nella mente e nel cuore ferite non rimarginabili. Di più: producono angoscia e terrore, paralizzano la coscienza, rendono la vita impossibile. Non importa quali traumi. Può essere uno stupido incidente, che però ha conseguenze tragiche. Oppure questa o quella forma di violenza, magari la peggiore, uno stupro. Lo stesso vale per le catastrofi, sia quelle naturali sia quelle di cui è direttamente responsabile l’uomo, a cominciare dalla guerra. Chi, potendolo, non vorrebbe eliminare dalla memoria ricordi così tormentosi e distruttivi?Ebbene, questo è possibile. Lo ha annunciato Roger Pitman, psichiatra ad Harvard. Il Washington Post diffondendo la notizia ha intervistato alcuni pazienti che si sono sottoposti alla sperimentazione di farmaci in grado di selezionare i ricordi e cancellarli. Di questo e d’altro si discuterà la settimana prossima a San Diego, California, in un convegno della Società di Neuroscienze. E già c’è chi saluta la scoperta come un grande progresso della medicina. Ma anche chi paventa scenari agghiaccianti, alla Orwell.Giusto dare alla scienza quel che è della scienza: sarà la scienza a dirci come stanno le cose. Ma, prima che scientifico, il problema è etico. Riguarda l’uomo relativamente a quanto esso ha di più umano, vale a dire la sua capacità di domandarsi che cosa è bene e che cosa è male. E’ bene cancellare i ricordi, anche quando pesano su di noi in modo intollerabile? O è male? E se è male, non dovremmo intervenire altrimenti che con una pillola?Intanto bisognerebbe capire che cosa significa cancellare dalla memoria un segmento di vita, grande o piccolo che sia. A questa domanda nessuno è in grado di dare una risposta. Facciamo allora l’ipotesi che sia qualcosa di simile a quel che accade quando al computer eliminiamo un file e lo gettiamo nel cestino. Quel cestino che Freud ha chiamato inconscio. Noi non sappiamo che cosa accade, dopo. Quel frammento di memoria potrebbe lavorare in noi, produrre effetti, agire. Saremmo esposti alle aggressioni del rimosso, senza possibilità di difesa.Facciamo invece l’ipotesi che sia possibile operare chirurgicamente sulla memoria e tagliar via la parte indesiderata. Tanto che quel che è stato è come se non fosse mai stato. Inghiottito dal nulla per sempre. Chi ci assicura che un giorno noi non potremmo aver bisogno proprio di quella parte, di quel frammento? Come negare che soltanto imparando a vivere con i ricordi, compresi quelli più dolorosi e più traumatici, e cioè riconoscendoli come nostri, ci è dato di guarire da forme acute di oppressione oltre che di depressione?Ma una ragione anche più profonda ci impone di ricordare, per quanto è possibile. Se le vicende della storia o anche soltanto della cronaca hanno fatto di qualcuno un testimone della vita offesa, non è pensabile liberarlo dal dovere della memoria e dal patto che ormai lo vincola a tutti gli altri uomini. Gli si farebbe un torto imperdonabile. Né ha senso dire che lui potrebbe chiedere di essere liberato dai suoi ricordi. Non risulta che nessun testimone lo abbia mai fatto, anche se è potuto accadere che i suoi ricordi lo gettassero nella disperazione e in un’angoscia mortale.Vero è che la memoria non è tutto. C’è la memoria e c’è l’oblio. Guai non ci fosse anche l’oblio. La nostra esistenza sarebbe un inferno. Lo sapevano bene gli antichi. I quali immaginavano che l’anima dovesse immergersi nelle acque di Lete. Tutto ciò aveva funzione terapeutica, sia in vita sia in morte. Ma la domanda resta. Che cosa significa dimenticare? Un conto è dire che significa eliminare i ricordi, cancellarli, e un conto dire che significa custodirli nel profondo, dove noi non possiamo sfuggire a noi stessi. La pillola del giorno prima, la pillola che pretende di riportarci al giorno prima dell’incidente o prima della catastrofe o comunque prima che noi diventassimo quelli che siamo diventati, da questo punto di vista appare una ben misera cosa.

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