Sergio Givone – Tra volontari e ragion di Stato il conflitto resterà irrisolto

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Il Messaggero, 09.09.2004

Tra volontari e ragion di Stato il conflitto resterà irrisolto 

di SERGIO GIVONE

E’ un conflitto drammatico e anzi tragico, nel senso più proprio del termine, quello che il rapimento delle due giovani appartenenti all’organizzazione non governativa “Un ponte per Bagdad” ha portato alla luce. Un conflitto fra Stato e cittadino non mediabile, non negoziabile. Da una parte c’è il dovere dello Stato di tutelare i propri cittadini, dovere che comporta il diritto di estendere la propria giurisdizione fino a intimare loro di lasciare un paese nel caos e far rientro in patria. Dall’altra c’è invece il diritto dei cittadini ad agire secondo coscienza anche a rischio della propria vita, diritto che giustamente può essere sentito come un dovere. Si tratta dunque di opposti diritti-doveri. Di ordine politico, gli uni, di ordine etico, gli altri. E siccome non si può stabilire se vengano prima gli uni o gli altri, e cioè se le ragioni dello Stato debbano prevalere sulle ragioni della coscienza o viceversa, il conflitto è destinato a restare irrisolto. Perciò è un conflitto tragico.
Il che è tanto più vero se si pensa che qui abbiamo a che fare non solo con le ragioni dello Stato (e della coscienza), ma anche con la cosiddetta Ragion di Stato. In Iraq il nostro paese non è neutrale. Si è schierato a fianco degli Stati Uniti. Si è proclamato favorevole all’intervento militare e vi partecipa attivamente. Ora lasciamo stare se questo intervento sia giustificato o non giustificato, opportuno o non opportuno, di pace o non piuttosto di guerra, e così via. Certo è un intervento militare. Precisamente quel tipo di intervento che le organizzazioni umanitarie, a stragrande maggioranza, contestano. E non senza buone ragioni. Le quali ragioni non possono non scontrarsi con la Ragion di Stato. Donde un’ulteriore estensione del conflitto, dal piano morale al piano politico. In gioco non è più soltanto la libertà dell’individuo, e infatti a essere messo in discussione è sia il governo del paese sia il suo diritto a intervenire militarmente in un altro paese.
E non basta. Sul piano politico sono coivolti, oltre al governo italiano e alle organizzazioni non governative, anche altri soggetti. A cominciare da coloro (più o meno tutti) che appartengono ai due fronti opposti. L’uno, il fronte del terrore, che raccoglie sotto le sue funeste bandiere gruppi fra loro divisi ma uniti nel perseguire l’azzeramento di qualsiasi forma di dialogo con gli occidentali, e quindi del tutto indifferenti a chi siano le loro vittime, se soldati o se uomini di buona volontà; l’altro, il fronte della pace, anch’esso ampio e variegato, ma accomunato dalla convinzione che i tremendi problemi aperti si possano risolvere, se mai si risolveranno, insieme con gli occidentali e non contro gli occidentali. Chiaro che il rapimento delle nostre coraggiose e generose connazionali è anche in funzione di un inasprimento dell’opposizione fra gli schieramenti. Sempre più ampio, più irrisolvibile, in una parola più tragico appare il conflitto.
Diremo dunque che siamo di fronte a una tragedia destinata a estendersi sempre di più, a non finire mai? Questo no. Ogni tragedia autentica ha questo di particolare. Che ad un certo punto, magari in modo oscuro, paradossale, contraddittorio, sia come sia la verità sull’accaduto si manifesta. E la verità che si manifesta è già tutta nella domanda: che cosa vogliono i terroristi? Che l’Occidente sia identificato con coloro che contestano l’intervento militare o con coloro che lo considerano inevitabile? Quindi, che cosa cercano: il terrore o la pace? La risposta a questa domanda è scritta in quanto sta accadendo giorno dopo giorno in Iraq e non solo in Iraq. Ora sembra che molte organizzazioni non governative straniere, ma non quelle italiane, stiano meditando di lasciare l’Iraq. Costrette ad accettare, ahimé, quella che è un’intimazione terroristica prima ancora che dei vari governi. Il terrorismo sa che non può vincere la guerra. Sa però come vincere più di una battaglia.

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