Sergio Givone – Teologia dell’Incarnazione tra l’uomo e Dio

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Teologia dell’Incarnazione tra l’uomo e Dio
di Sergio Givone
Il Messaggero, 17.01.2006

Solo nei prossimi giorni il testo della prima enciclica di Benedetto XVI sarà fatto conoscere per esteso, ma fin da ora sappiamo che essa ha per contenuto il centro del messaggio cristiano. Ossia, come scrive il Papa citando un celebre passo dalla prima lettera di san Giovanni: «Dio è amore, chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui». Con ciò il Papa teologo e filosofo ribadisce il nesso che c’è fra teologia e antropologia, fra concezione di Dio e concezione dell’uomo. Se Dio è amore, è all’amore che l’uomo deve improntare tutta la sua esistenza. Il cristianesimo è essenzialmente messaggio d’amore. Ma che cosa si deve intendere per amore cristiano? Il termine latino che troviamo nel vangelo è “caritas”. Deus caritas est , leggiamo al versetto 4,16 e poi ancora, come appunto viene riportato nell’enciclica: qui manet in caritate, in Deo manet, et Deus in eo , chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui. È questo il fondamento dell’amore: la carità. Quella carità di cui sarà san Paolo a tessere un mirabile elogio nella prima lettera ai Corinzi: «La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta». Il Papa spiega in che senso amore e carità siano una cosa sola. Occorre anzitutto rimuovere antichi equivoci, cominciando da quello che consiste nel dissociare l’amore in due aspetti diversi e incompatibili. Da una parte l’amore erotico, dall’altra l’amore fraterno, da una parte “eros” e dall’altra “agape”. Un’antica tradizione, le cui radici risalgono al tempo del mondo classico al tramonto e del cristianesimo nascente, ci ha abituato a pensare eros e agape come se fossero due realtà contrapposte, facendo torto sia all’una sia all’altra. Eros viene abbassato a impulso meramente sessuale e privato di quello slancio verso il bello che invece è la sua forza e il suo valore. A sua volta agape viene trasfigurata e sublimata secondo i dettami di un ascetismo che dimentica l’uomo e il suo esser fatto di carne e di sangue. Ma siamo sicuri che le cose stiano così? Intanto il Papa invita a non degradare eros. Lo degrada, chi lo riduce a mero gioco epidermico, a semplice strumento di piacere o peggio a strumento di prevaricazione, dominio, possesso. E non vede che eros invece è un dono prezioso, che rivela l’uomo a se stesso e agli altri. Eros è profondità umana, è conoscenza, è gesto che trasfigura, e non certo banale oggetto di consumo. Perciò bisogna accostarsi ad esso con timore e tremore. Per viverlo in tutta la sua meravigliosa, fragile, delicata verità. Non certo per sminuirlo. Al contrario, lo sminuisce chi lo prende alla leggera, e ne perde di vista il rapporto con le cose alte e grandi della vita. Eros senza agape non è neppure più eros, perché è sostanzialmente una pulsione di morte. Eros con agape è più che eros, perché è amore. Quell’amore che è Dio; ma anche quell’amore che gli uomini provano nella concretezza del loro esistere, e che, quando c’è, è tutt’uno con Dio. Come definire, dunque, il Dio che è amore se non il Dio che nasce, s’incarna, si fa uomo? È qui che il senso teologico dell’enciclica appare chiaro. Quella di Papa Ratzinger è una teologia dell’incarnazione che lega l’uomo a Dio in modo indissolubile. Tanto da attribuire a Dio quanto l’uomo ha di più umano e all’uomo quanto Dio ha di più divino. Che cosa c’è di più umano dell’amore, e anzi dell’amore che è insieme eros e agape? Ma questo amore, ci viene ricordato, è non soltanto a immagine di Dio. È Dio.

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