Sergio Givone – Space cowboys diventa realtà. Metafisica

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Il Messaggero, 08.06.2004

“Space cowboys” diventa realtà. Metafisica

di SERGIO GIVONE

 

ANCORA una volta sembra che la fantasia abbia saputo anticipare la realtà. In un suo film del 2000, Space Cowboys, Clint Eastwood affidava un’importante missione spaziale a quattro ex astronauti ormai avanti negli anni e apparentemente più adatti a tener a bada nipotini più o meno vivaci che non ad aggiustare un satellite impazzito e ad evitare una possibile catastrofe per il nostro pianeta. Quest’idea stravagante ha trovato un avallo tanto inatteso quanto autorevole. E’ di ieri la notizia che il cosmonauta russo Valery Polyakov, con al suo attivo due lunghe permanenze nella stazione Mir e attualmente direttore dell’Istituto medico-biologico russo, parlando anche a nome del collega John Glenn, il primo americano a orbitare intorno alla terra ma anche colui che nel 1998 all’età di 77 anni compì un viaggio sullo shuttle Discovery a scopo di sperimentazione, s’è detto pronto a partire per Marte. Peccato che tale viaggio (della durata di circa due anni) non sia ancora in programma. Infatti non se ne parlerà prima del 2020: quella è la data prevista dalla Nasa per avviare un progetto che dovrebbe portare l’uomo sul Pianeta Rosso nel 2030.Poco più che una battuta, quella del cosmonauta? Al contrario. Vero è che Polyakov ha condito le sue affermazioni con un certo umorismo. Un viaggio di quel genere, ha detto, comporta diverse incognite. E quindi un alto tasso di rischio. Meglio se ad affrontarlo sono “persone che non abbiano molto da perdere”. Poco importa che costoro, tra preparazione ed esecuzione del viaggio, quando saranno su Marte dovranno camminare con il bastone… L’idea di Polyakov è che l’esperienza sia un fattore decisivo. E non soltanto per quel che riguarda il perfetto dominio di tecnologie sofisticatissime. Ma anche sul piano della tenuta psicologica e morale.Difficile dargli torto. C’è però dell’altro. Fra le righe par di leggere qualcosa che Polyakov non dice. Cui però ironicamente allude – ed è un’ironia rivelatrice, la sua. Lo spazio, suggerisce Polyakov, non è cosa di questo mondo. Quantomeno rinvia a una dimensione siderale, una dimensione d’infinito. Diciamo pure: esso sembra aver a che fare più con l’al di là che con l’al di qua. Dunque è giusto che le imprese spaziali siano riservate a chi, non foss’altro che per ragioni di età, ha imparato ad alzare lo sguardo oltre l’ultimo orizzonte. Prima ancora che una realtà fisica, lo spazio è un’immagine metafisica, un simbolo di trascendenza. Avventurarsi nello spazio è come riconoscere che la vita terrena, questa vita che pure ci è cara e che è tutto quel che abbiamo, in realtà non è tutto, ma si affaccia su “infiniti spazi di là da quella”, sia pure soltanto immaginati, per citare Leopardi.Sono secoli ormai che lo spazio che ci abbraccia ha cessato di essere una cupola accogliente e protettiva, qual era il cielo per gli antichi. A seguito di un mutamento della cui portata forse non ci rendiamo ancora pienamente conto, abbiamo visto spalancarsi sopra di noi e sotto di noi universi che s’inabissano fino alle soglie del nulla. Ben prima di Copernico, negli anni più bui del declinante impero romano, gli gnostici (una setta che per un certo periodo parve imporsi non solo sul paganesimo ma anche sul nascente cristianesimo) insegnavano che la Terra non è che una pietra scagliata nel vuoto senza confini da un dio sconosciuto. E quando, appunto con la rivoluzione copernicana, l’uomo dovette rinunciare alla presunzione d’essere al centro del cosmo, ci sarà chi, come Pascal, si sentirà sgomento di fronte al “silenzio eterno degli spazi infiniti” e chi, come Nietzsche, parlerà del nostro pianeta e del suo rotolare “verso una x” forse misteriosa o forse priva di senso. Più recentemente, qualcuno ha osservato che in fondo noi la pensiamo come un tempo gli gnostici, con la sola differenza che non abbiamo più la forza o la voglia di chiederci chi e perché ci abbia gettati in uno spazio tanto smisurato e inquietante.E allora perché stupirsi se degli astronauti che ci parlano di un viaggio in questo spazio che l’uomo ha incominciato a esplorare, di fatto alludono (ironicamente?) a un altro spazio, a un altro cielo inesplorabile?

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