Sergio Givone – Solo professori eccellenti cercansi

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Il Messaggero, 10.03.2004

La concorrenza all’americana è la via maestra per rilanciare le Università

Solo professori eccellenti cercansi

di SERGIO GIVONE

DAVVERO un momento cruciale per la scuola italiana. Questo vale sia per la scuola sia per l’università, investite da ambiziosi progetti riformistici. Ma vediamo intanto di distinguere fra la riforma della scuola primaria e secondaria e la ridefinizione dello stato giuridico dei docenti universitari. Per quel che riguarda la riforma della scuola è opportuno rinviare al lucido articolo di Gaetano Quagliariello apparso su questo giornale il 4 marzo. Quanto invece alla ridefinizione dello stato giuridico, resta più che mai aperto un problema fondamentale: quello del reclutamento del personale docente. E’ su questo piano che si gioca il destino dell’università. Chiunque comprende che l’università avrà futuro se saprà selezionare e scegliere i suoi studiosi migliori, non avrà futuro in caso contrario. Partiamo da un dato di fatto: la cooptazione. C’è chi guarda con sospetto al principio della cooptazione. A cui però è inevitabile far ricorso quando si tratta di valutare scientificamente il lavoro dei ricercatori. Chi se non l’esperto di una materia può giudicare il lavoro di un altro esperto o presunto tale? Da questo punto di vista nessuno scandalo se i diversi centri di ricerca e i “maestri” cercano di promuovere, cooptandoli, i propri allievi. Scandaloso è che questo avvenga a favore dei peggiori e a scapito dei migliori. Come evitarlo? Un modo forse c’è. Far sì che siano i singoli atenei ad aver interesse a che il proprio corpo docente sia formato dagli studiosi più preparati e più prestigiosi. E’ chiaro che finché studiare in una università eccellente oppure in una università scadente non fa differenza, dal momento che i titoli di studio acquisiti nell’una o nell’altra si equivalgono, questo interesse non c’è. Non così se il valore legale dei titoli di studio fosse abolito. E se a determinare la scelta di un ateneo piuttosto che di un altro da parte degli studenti fosse la qualità dell’offerta formativa. Si innescherebbe in tal modo un processo virtuoso. Dove si studia e si impara meglio ci sarebbero più studenti. Dove ci sono più studenti, ci sono più risorse economiche. Per avere più risorse economiche, bisogna avere i migliori docenti. A questo punto si potrebbero tranquillamente affidare i concorsi di ogni ordine e grado ai singoli atenei. Saremmo sicuri che li gestirebbero al meglio. Per cominciare, le commissioni giudicatrici potrebbero essere nominate dalle facoltà. Le quali verosimilmente cercherebbero i componenti di queste commissioni fra gli studiosi italiani e stranieri che danno maggiori garanzie: è nel loro interesse. E viceversa impedirebbero il formarsi di lobbies o cordate trasversali: non è nel loro interesse.

Discutendo sullo stato giuridico dei docenti, si cerca oggi di capire se i contratti a termine previsti dalla legge favoriscano l’accesso dei giovani alla docenza o non creino nuove forme di precariato. Sacrosanta discussione. Il rischio però è di sollevare un polverone e di nascondere il vero problema. Che riguarda non tanto la figura del professore universitario. Bensì le modalità della sua formazione e selezione. Un problema, in fondo, di deontologia professionale. Il fatto è che all’università rigore scientifico e rigore morale sono la stessa cosa. Solo ponendosi all’altezza del loro compito, i docenti potranno salvare l’università. Altrimenti affonderanno con essa.

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