Sergio Givone – Se prevale l’istinto delle belve

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Il Messaggero, 13.05.2004

Se prevale l’istinto delle belve

di SERGIO GIVONE

 

ABYSSUS abyssum vocat, l’abisso chiama l’abisso, l’orrore vuole l’orrore, e noi vi sprofondiamo ogni giorno di più, disperando perfino di poter toccare il fondo. Se dico “noi”, non è senza ragione, perché ormai è impossibile distinguere fra gli uni e gli altri, fra i presunti barbari e i conclamati portatori di civiltà, essendo invece tutti quanti presi dentro un vortice d’inescusabili atrocità. Ieri erano barbari i soldati americani torturatori di prigionieri. Oggi lo sono i terroristi islamici che sgozzano un ostaggio e ne filmano la morte, così come ieri lo erano i soldati israeliani che bombardavano campi profughi e oggi i terroristi palestinesi che fanno scempio di cadaveri. Da una parte e dall’altra è semplicemente miserabile la pretesa di giustificare il proprio comportamento con il comportamento altrui, ritorcendo l’accusa: ecco chi sono i nostri nemici!

Verso dove stiamo andando? Verso quale grado zero della convivenza o anche solo della reciproca tolleranza stiamo regredendo? Di fronte a episodi come quelli cui assistiamo con frequenza angosciosa e disperante la risposta sembra una sola. La solita. Stiamo regredendo verso lo stato di natura. Stiamo ritornando là da dove veniamo e dove sempre di nuovo siamo condannati a ricadere. Là, nella “selva antica”, dove non c’è altra legge che quella ferina, per cui o si è carnefici o si è vittime, o si uccide o si è uccisi. Sempre di nuovo. Nonostante le dichiarazioni di principio, gli alti propositi, e quel simulacro di vita civile che appunto è nient’altro che simulacro, buono solo a nascondere i peggiori e più bestiali istinti che la guerra inevitabilmente scatena.

Eppure i conti non tornano. Quella risposta convince solo fino a un certo punto. Per quanto crudo e disincantato, lo sguardo gettato sulla nostra condizione è miope. Non vede l’essenziale. Non vede cioè che all’uomo non è dato di tornare a essere quello che era. Tant’è vero che anche quando si fa belva, continua a essere infinitamente di più (e infinitamente di meno) che una belva. Quando un animale ne ammazza e strazia un altro per nutrirsene, poi però torna in pace con se stesso e la natura lo accoglie come pacificata. Non così l’uomo. In ogni suo gesto violento c’è un di più, un eccesso, una dismisura che sono il segno della sua appartenenza a una dimensione irriducibile allo stato di natura. Ciò che spinge l’uomo, dopo aver catturato il suo nemico, a umiliarlo e, dopo averlo ucciso, a oltraggiarne i resti o, peggio ancora, a oltraggiare coloro che gli sopravvivono, sta lì a dimostrare l’impossibilità per lui di far violenza ai suoi simili come se fosse una cosa naturale, e infatti chi si fa belva non è una belva ma un mostro.Dai tempi più remoti le religioni insegnano che l’uomo è caduto nello stato attuale da un altrove in cui la sua umanità non era ancora sfigurata. E noi oggi tocchiamo con mano quanto c’è di vero in quel mito. Se osserviamo le immagini che dicono tutta la disumanizzazione in corso, siamo costretti a riconoscere che sì, questo è un uomo, ma proprio perché è un uomo chiede di essere giudicato, sempre e comunque, sul piano morale. La sua dimensione autentica non è lo stato di natura, è l’etica, è il dovere di essere se stesso.

E’ fuorviante applicare all’uomo uno schema d’interpretazione che tiene conto più di ciò che l’uomo non è o è solo in parte (un animale che vive in branco) e non di ciò che l’uomo è (un essere dotato di moralità). A ben poco è servito in un passato recente pretendere di spiegare ad esempio la guerra in Bosnia con il tribalismo dei popoli slavi, che per natura sarebbero più selvaggi e crudeli di altri. Lo stesso errore è stato fatto in Iraq, fino a chiudere gli occhi sulla realtà della violenza, che non è mai soltanto opera di “poche mele guaste”, e non è neppure un fatto che appartiene all’ordine naturale delle cose, perché, come le cronache di questi giorni impietosamente rivelano, è pianificata, risponde a un progetto deliberato e mirato, viene da ordini superiori. Impareremo mai, se non dalla storia, almeno dal cuore dell’uomo?

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