Sergio Givone – Se l’uomo diventa disumano

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Il Messaggero, 19 agosto 2003

Se l’uomo diventa disumano

di SERGIO GIVONE

 

Difficile dire se abbia ragione il ministro Pisanu, quando afferma che la prima causa di morte per tante persone anziane più ancora del caldo è la solitudine. Certo è che i due fenomeni insieme formano una specie di nodo scorsoio, che letteralmente toglie il respiro, toglie la vita.
Sono fenomeni diversi fra loro, ovviamente; ma qualcosa li accomuna, e perciò risultano  esiziali nel momento in cui si manifestano contemporaneamente.
In comune la solitudine dei vecchi e l’attuale ondata di caldo hanno il fatto che non sono calamità naturali, bensì il prodotto di comportamenti umani. Questo vale naturalmente per la solitudine: se i nostri vecchi sono soli, è perché li lasciamo soli, o, peggio, li trattiamo come pesi di cui liberarsi in modo più o meno ipocrita, sia che li scarichiamo gli uni agli altri sia che li affidiamo ad estranei.
Ma vale anche per il caldo. Un caldo tanto anomalo, come dovremmo ormai sapere anche se un certo negazionismo pseudoscientifico sostiene il contrario, è il frutto di un consumo energetico che il Pianeta non è in grado di assorbire se non surriscaldandosi. Non è il clima a essere impazzito. Semmai i pazzi siamo noi, che stravolgiamo le condizioni di vita sulla Terra fino a mettere a repentaglio la nostra sopravvivenza.
Ma c’è dell’altro. Non ci vuol molto per ammettere che di fronte alla solitudine che affligge gli anziani, così come di fronte al caldo che affligge tutti, dovremmo sentirci colpevoli. Infatti siamo noi a portarne la responsabilità, e non la natura. Questo doppio flagello è opera nostra. Eppure facciamo finta di niente, o quasi. La coscienza comune accetta tranquillamente, come se fossero innocenti, stili di vita che gridano vendetta: e tra questi c’è lo sfruttamento scriteriato delle risorse naturali, ma anche l’abuso della tecnologia, e prima ancora l’idea che gli abitanti della Terra abbiano diritto di restarci solo se servono. Del resto, chi è senza peccato scagli la prima pietra.
Che senso ha lamentarsi, se troviamo del tutto normale affidare la vecchia madre alla badante (o, peggio ancora, parcheggiarla in ospedale) e partire per le vacanze al mare, dove ci aspetta una casa con l’aria condizionata? Nessuno può tirarsi fuori. Troppo a lungo abbiamo creduto di autoassolverci invocando la tecnica, il progresso, le trasformazioni sociali, e così via. Tutte cose vere, sia chiaro. E a cui dobbiamo far riferimento, se vogliamo capire il mondo in cui viviamo. Prendendo atto ad esempio che la famiglia oggi non è più quella di una volta, comunque non è più quella società di mutuo soccorso che era. Oppure riconoscendo che certi agi o certi bisogni sono diventati ormai come una seconda pelle. D’accordo. Purché non si faccia confusione sul punto essenziale.
E il punto è la disumanizzazione del mondo. I grandi processi in corso, si dice, sono governati da immensi apparati anonimi. Che mettono l’uomo fuori gioco. O lo rendono succube di potenze troppo più grandi di lui, potenze disumane e disumanizzanti. In realtà è vero il contrario. Ciò che un tempo incombeva sull’uomo e si abbatteva su di lui come da un altro mondo, oggi è opera sua. Fenomeni come la siccità, o la desertificazione di intere regioni, o qualsiasi altra perturbazione climatica, non dipendevano dall’uomo, ma dalla natura, su cui l’uomo non poteva nulla. Lo stesso si deve dire di fenomeni come la vecchiaia, con il carico di solitudine e di disperazione che essa comporta: tutto ciò in altre epoche apparteneva all’ordine naturale delle cose piuttosto che alla buona o alla cattiva volontà dell’uomo.
Invece oggi sono precisamente questi i fenomeni dietro i quali noi vediamo immediatamente un volto d’uomo. E giustamente. Infatti sono cosa interamente sua: è lui a scatenare il caldo, è lui a lasciar morire i suoi vecchi di solitudine.
Se poi questo volto d’uomo ha tratti di disumanità, la risposta è una sola: è l’uomo (non la natura, non la tecnica) a farsi disumano. Peggio per lui, se non interviene ad aggiustare la rotta.

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