Sergio Givone – Sbagliato vedere pericoli dovunque

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Il Messaggero, 04.12.2003

Sbagliato vedere pericoli dovunque

di SERGIO GIVONE

 

Chicago fra le due guerre ma anche in anni recenti, era normale uscire la notte armati. Quanto alla Londra vittoriana, tutta pudore e virtù: che cosa significasse avventurarsi nei suoi quartieri malfamati, cioè quasi ovunque, lo descrive mirabilmente Michel Faber in un romanzo appena uscito ( Il petalo cremisi e il bianco, Einaudi).
E allora? Allora sarà bene fare un passo indietro. Risalire alle dinamiche che governano la paura. Tentar di capire perché tutto ci fa paura, neanche la paura rappresentasse la nostra condizione naturale e la paura di perdere questo o quello (la salute, il lavoro, l’affetto delle persone care, e così via) fosse la metafora di una paura più grande: la paura di morire.
La paura è un meccanismo di difesa, e come tale ci protegge, avvertendoci di un pericolo incombente. Ma è anche qualcos’altro. E’ una proiezione di quella paura più grande, paura di morire, che è priva di contenuto e dunque è angoscia. Precisamente ciò che l’uomo non sopporta. E cerca di superare riempiendo il vuoto dell’angoscia con tutti i contenuti possibili, reali o immaginari che siano. Un fatto proiettivo, un esorcismo. Che consiste nel riversare sull’altro ciò che appartiene a ciascuno come la cosa più intima e inalienabile: la paura di morire, per l’appunto.
Accade così che l’altro diventi lo specchio di tutti i nostri timori e ossessioni. E non importa chi sia l’altro. Può essere quella forza anonima che un tempo era il destino o la natura e che per noi sono i grandi apparati tecnologici col loro immenso potenziale di annientamento. O può essere lo straniero, che ha la sola colpa di non condividere la nostra storia. O più semplicemente lo sconosciuto, il vicino che ci sfiora e che potrebbe rivelarsi di colpo come un nemico. Tutti si trasformano ai nostri occhi in fantasmi minacciosi.
Oggi come non mai l’uomo sembra incapace di sopportare l’angoscia. Perciò è pieno di paure. Ed è per così dire condannato dalla paura (la paura senza contenuto, l’angoscia) a crearsene sempre di nuove, in una specie di fuga vertiginosa che lo porta a incontrare, ahimé, quel che vorrebbe evitare e cancellare.
Un’antica sentenza diceva: «Impara a temer te stesso, e non avrai più paura di nulla». Ci sono in noi pulsioni mortali e autodistruttive che non risparmiano neppure le dimensioni più positive e solari dell’esistenza. Solo chi non se le nasconde, queste pulsioni, è in grado di tenerle a bada e di non caderne preda. Nessun male è così tremendo come quello che uno si fa da sé. Tant’è vero che è quello il male che, una volta fatto, ci tormenta e non ci dà pace. Invece noi preferiamo credere che la sciagura, la sofferenza e il dolore vengano da chissà dove e da chissà chi. Non volendo riconoscere che siamo le vittime di noi stessi, ci inventiamo carnefici che non esistono. Popolando l’intero universo di paure che non sono fuori di noi bensì in noi.

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