Sergio Givone – Religione, non buttarla via con l’acqua sporca

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L’Unità, 03.11.2001

Religione, non buttarla via con l’acqua sporca 

di SERGIO GIVONE

«Tantum potuit suadere religio», a tanto ha potuto indurre la religione. Così scriveva Lucrezio. E noi, duemila anni dopo ne sappiamo qualcosa. Specialmente di questi tempi, che sembrano toccare il fondo (ma c’è un fondo?) della superstizione e del fanatismo.
Già Pascal, filosofo e cristiano (non filosofo cristiano, ma filosofo e cristiano) aveva usato le parole più dure per dire la stessa cosa. Non c’è abominio in terra che non sia stato giustificato e addirittura santificato da questa o quella religione. Omicidio, rapina, prostituzione, stupro, incesto. Prendiamo una qualsiasi forma di violenza, anche la più mostruosa, e troveremo da qualche parte il suo altare. A sua volta Dostoe­vskij (più nichilista di un filosofo, diceva di sé, e più cristiano di un contadino) con la figura del suo Inquisitore ci avrebbe dato una rappresentazione potente dell’ideologia religiosa, ossia della religione fatta servire a un progetto totalitario di dominio sull’uomo.
Che la religione abbia un suo lato d’ombra per non dire di tenebra, è indubbio. Bisognerà allora trarre la conseguenza che della religione è meglio liberarsi una volta per tutte? O comunque salutare come un evento di progresso l’irreligiosità sempre più diffusa nel cosiddetto mondo secolarizzato? Nec vero superstizione tollenda religio tollitur. Guai, se con la superstizione si sopprime anche il sentimento religioso, avvertiva a suo tempo Cicerone. Il sentimento religioso, nonostan­te tutto, resta cosa preziosa. E irrinunciabile.
Il fatto è che la religione, questa forma dell’esperienza cosi incline ad assumere tratti oppressivi, rappresenta tuttavia un’estrema salvaguardia di libertà. Lo sappiamo: tolto Dio, resta il mondo. Ma dopo che il mondo (la società, i suoi tribunali, le sue leggi) ha condannato l’innocente in modo inappellabile, davvero è stata detta l’ultima parola? O l’ultima parola, la più vera, è quella che chi soffre ingiustizia rivolge al suo Dio? Magari per bestemmiarlo, eppure nella speranza di un ascolto che il mondo colpevolmente esclude.
Se la religione sta in rapporto con la superstizione, lo è nondimeno con la persecuzione. Sia quella inflitta sia quella subita. Lo sanno i cristiani. I quali si sono bensì macchiati delle colpe peggiori, ma è anche vero che continuano a essere oggetto di persecuzione. Come ha scritto qualche giorno fa Fiamma Nierenstein su La Stampa, autentica voce nel deserto, visto che sembra trattarsi di una verità che è meglio tacere: ovunque ci sono oggi cristiani perseguitati. E là dove ci sono perseguitati, c’è religione, c’è sentimento religioso, c’è invocazione a qualcuno o a qualcosa che non è di questo mondo.

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