Sergio Givone – Quegli uomini morti in nome di tutti

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Il Messaggero, 14.11.2003

Quegli uomini morti in nome di tutti

di SERGIO GIVONE

 

E’ stato come se un’occulta regia li guidasse, a centinaia, a migliaia. Chi con un semplice mazzo di fiori in mano, lasciato cadere silenziosamente sul viale antistante il Comando generale dell’arma dei carabinieri. Chi portando sugli abiti un segno di lutto, come da tempo non usa più. E chi stringendo la mano dell’appuntato, del brigadiere, per partecipargli un dolore realmente condiviso. Poi l’incontenibile flusso di telefonate, fax, sms, insomma tutto quanto usiamo ormai per comunicare. Ma sappiamo bene che dietro la reazione di tanti italiani alla tragedia di Nassiriya non c’è nessuna regia, né occulta né palese. Al contrario, essa si è manifestata del tutto spontaneamente. A significare un sentimento che si voleva credere sepolto e invece è vivo e degno della più attenta riflessione: quello che lega un popolo e l’esercito chiamato a difenderne i valori sia in pace sia in guerra.
Immediatamente, fuori da ogni retorica (e quei gesti scaturiti con tanta naturalezza lo confermano), gli italiani hanno visto nei caduti in Iraq chi il figlio, chi il fratello, chi l’amico sconosciuto. Erano là, i nostri soldati, erano là a nome di tutti, anche di coloro che, forse la maggioranza, avevano preso posizione, in modo anche molto fermo, contro questa guerra, almeno nella forma in cui questa guerra sarebbe poi stata dichiarata e condotta e cioè senza tener conto delle risoluzioni delle Nazioni Unite.
Erano là non per fare la guerra, che doveva essere finita da un pezzo e invece continua più atroce di prima, ma per costruire la pace, che ancora non si vede all’orizzonte. Su questo punto non è lecito avanzare dubbi di sorta. C’è chi ha parlato di resistenza irachena contro forze di occupazione. A costoro bisogna ricordare che i nostri soldati sono morti insieme con civili iracheni. Vittime gli uni e gli altri del terrorismo, che certamente ha trovato in Iraq terreno fertile ma che viene da lontano. Questo ha capito la gente e per questo ha reso omaggio ai caduti con tanta semplicità e commozione.
Ma se tanti si sono schierati con il corpo di spedizione in questo momento di dolore non è perché abbiano fatto proprie le ragioni della guerra o meglio della costruzione della pace. Quantomeno, non è solo per questo. Non necessariamente. La coscienza popolare ha capito che il soldato incarna non tanto le ragioni, giuste o ingiuste, di una guerra, ma la storia, quasi sempre tragica, di un popolo. Perciò lo ha onorato anche quando è stato travolto da guerre sciagurate. Ai caduti in Russia o in Africa o dovunque nel mondo ha tributato onore, e non soltanto pietà.
Appunto perché i caduti non hanno bisogno di giustificazione, tantomeno i caduti di Nassiriya, è forse venuto il momento di ripensare il senso di questo “essere là”, proporne come è stato giustamente suggerito da più parti una diversa percezione, insomma fare un passo oltre quella che rischia di essere una sterile antitesi: fra terrorismo e antiterrorismo. Non che il terrorismo non debba essere stroncato ad ogni costo. Tuttavia, se l’Iraq non fosse altro che un campo di battaglia fra un esercito schierato e fantasmi inafferrabili, facile immaginare l’esito del conflitto. Non la pace. Al contrario, la cronicizzazione e forse l’esplosione del terrorismo.
Il sacrificio della brigata Sassari ha dimostrato (e anche di ciò è prova il sentimento di gratitudine che le persone più diverse hanno saputo esprimere) che l’Iraq non è e non può essere un campo di battaglia né terra di occupazione. E dunque la priorità assoluta è: l’Iraq agli iracheni. Le cronache di questi giorni ci dicono che la brigata Sassari, e prima ancora la brigata Garibaldi, raggiunta quella provincia meridionale dell’Iraq la cui capitale è Nassiriya, progettarono non tanto di occupare militarmente il territorio, cosa che del resto non erano in grado di fare, ma cercarono di stabilire contatti con gli imam e i raìs, farsi tramite delle loro richieste, sedersi a tavola e magari far festa con loro, nella convinzione che solo restituendo ai capi religiosi e tribali la regione ne sarebbe potuto scaturire un reale processo di pace. Ora sembrano degli sconfitti. Alcuni di loro sono morti. Ma siamo sicuri che il loro sacrificio rappresenti il fallimento della strategia italiana e non invece la conferma che non c’è altra strategia che questa? Possiamo capire l’amarezza di cui è intriso il comunicato dell’Unione nazionale arma dei carabinieri, che ha scritto: «I nostri militari sono stati spinti in missione dalla miseria economica ma non sono preparati ad una guerra civile come quella che c’è in Iraq». L’affetto che tanta gente ha riversato sui carabinieri ci invita a vedere ben altro nella loro missione. E non è detto che una volta tanto il futuro non stia dalla parte dell’utopia.

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