Sergio Givone – Perché tutte le fedi meritano rispetto

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Il Messaggero, 30.04.2005

Perché tutte le fedi meritano rispetto

di SERGIO GIVONE

 

Abrogando l’art. 403 del codice penale nelle parti che prevedono pene più severe (più severe rispetto ad altri culti) per chi reca offesa alla religione cattolica, come da sentenza depositata ieri, la Corte Costituzionale si è mossa in un solco già tracciato. Fin dal 1998 la Consulta aveva ribadito l’inammissibilità di discriminazioni in campo religioso, in base a due principi sanciti dalla Costituzione: quello che afferma l’eguaglianza di tutti davanti alla legge senza distinzione di religione e quello che stabilisce il carattere non confessionale dello Stato. Dunque, una sentenza formalmente ineccepibile.  Se ora ci domandiamo quale sia la ratio della sentenza, questa sembra essere la risposta: poiché la legge riconosce a tutti indistintamente il diritto di credere (o non credere), ne deriva che la fede di ciascuno deve essere rispettata nella stessa misura e con pari dignità. Ma facciamo un passo in più. E cerchiamo di capire da dove venga questo richiamo al rispetto delle convinzioni profonde di ognuno, quali che siano e ovunque trovino le loro radici. La risposta è tutt’altro che facile. Ma è pur sempre il cristianesimo a darla. Perché è stato il cristianesimo a introdurre nel mondo l’idea che tutti gli uomini sono figli di Dio e dunque a suggerire che ciascuno di essi è in rapporto con Dio, è in rapporto con la verità e con la giustizia. Ciò significa che quel che io rivendico per me, lo devo concedere anche agli altri.  Delle tre religioni monoteistiche, solo il cristianesimo si rivolge all’umanità intera e quindi ha carattere universale. Questo non si può dire dell’islam, che separa irrimediabilmente i fedeli e gli infedeli. E neppure si può dire dell’ebraismo, in quanto religione del popolo ebraico. L’universalità del diritto è principio impensabile fuori del cristianesimo. E se è accaduto, com’è accaduto, che il cristianesimo tradisse questo principio, vorrà dire che ci sono stati momenti nella storia in cui esso è venuto meno alla sua più autentica ispirazione. Naturalmente un conto è la dimensione religiosa e un conto la dimensione giuridica. Ma nella tesi (fatta propria dalla Consulta) che tutte le fedi meritano rispetto, non è l’illuminismo che parla anche perché l’illuminismo semmai sostiene che la fede, quando non può essere eliminata, può soltanto venir tollerata come residuo del passato. E’, ben prima, il cristianesimo.  Una possibile obiezione potrebbe essere che il paganesimo più e meglio del cristianesimo garantisce la pluralità e la coesistenza dei punti di vista. Politeismo dei valori, vien chiamato. Così come anticamente gli dei rappresentavano forme di vita diverse e magari antitetiche che però non si escludevano a vicenda, allo stesso modo noi oggi dovremmo imparare a vivere insieme con gli altri rinunciando a qualsiasi assoluto. Il pantheon non sarebbe altro che il gran teatro del mondo, dove c’è posto per tutti, e dove tutti sono tenuti a fare la propria parte in commedia. Rinunciando a verità e giustizia in nome di una generica tolleranza reciproca.  Come per incanto i conflitti si farebbero meno aspri, più amichevoli i rapporti fra gli uomini… In realtà, venuto meno il riferimento a un orizzonte comune, all’uomo non resterebbe che riconoscere l’irriducibile mutevolezza e inconsistenza di qualsiasi valore. La fede, per chi crede, non potrà mai essere un’opinione fra tante. Ed è comunque in forza della fede nell’universalità del diritto che posso chiedere per tutti quel che chiedo per me. Questa fede non è oggetto di negoziato. Non è una semplice credenza. E’ il frutto del cristianesimo. Perciò nella sentenza della Corte Costituzionale c’è una nascosta anima cristiana. Qualora tale sentenza fosse interpretata nel senso della riduzione di ogni fede a credenza, avremmo più di un motivo per temere che il diritto di tutti al rispetto religioso da parte di chiunque non abbia molto futuro.

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