Sergio Givone – Parola d’ordine: dignità e coraggio

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Il Messaggero, 18.11.2003

Parola d’ordine: dignità e coraggio

di SERGIO GIVONE

 

TRA I MOLTI fogliettini lasciati al Vittoriano da coloro che hanno reso omaggio ai caduti di Nassiriya, ce n’è uno che invita tutti a lavorare per la pace, affinché la morte di tanti giovani uomini non si riveli inutile. L’anonimo estensore diffida di una certa retorica, per cui al sacrificio deve seguire necessariamente il ristabilimento della giustizia e il trionfo del bene. Più importante gli sembra che la memoria della vita offesa valga come un impegno per chi resta. Proprio perché altrimenti tutto potrebbe rivelarsi inutile. Tragicamente inutile. Salvo un’assunzione di responsabilità da parte di ciascuno.
E se fosse questo il sentimento profondo che oggi unisce il Paese? Non sono stati percepiti come eroi, i carabinieri falciati da un’autobomba, ma come gente comune, tanto che a molti è parso di vedere in loro il padre, il marito, il fratello, il figlio, l’amico. E giustamente.
Inviati sul teatro di guerra a operazioni apparentemente concluse, erano venuti a trovarsi nel mezzo di un disastro che si sarebbe dovuto evitare, ma che ormai esigeva la collaborazione di tutti. E loro questo facevano. Fra difficoltà immani cercavano di mediare fra le fazioni e di porre un argine alla violenza indifferenziata e dilagante. Come chi, di fronte a una catastrofe, non scappa, ma si prende cura di coloro che più rischiano di essere travolti.
Ed è qui che è scattata l’identificazione di un popolo intero con i suoi soldati. Superfluo ricordarlo: noi italiani non siamo fatti per la guerra. Ma quando la rovina incombe e tutto sembra perduto, da chissà quale doppio fondo dell’anima siamo in grado di tirar fuori inimmaginabili riserve di dignità e anche di coraggio. E’ sempre stato così: sia quando gli eserciti stranieri valicavano le Alpi e i cittadini delle cento patrie italiane si stringevano intorno al gonfalone, sia quando, come nell’ultima guerra, a centinaia e a migliaia rischiarono la vita per proteggere partigiani ed ebrei. La stessa solidarietà, umile e silenziosa, la stessa dignità e lo stesso coraggio hanno dimostrato i soldati uccisi dal terrorismo a Nassiriya.
Perciò gli italiani si sono riconosciuti nei loro soldati: hanno riscoperto la parte migliore di sé, e come tale l’hanno onorata, con gesti di esemplare compostezza, con una sobrietà e una misura che sono la verità del dolore.
Molti si sono chiesti se la tragedia di Nassiriya debba essere considerata come il nostro 11 settembre. O addirittura come l’equivalente di una rifondazione della nostra coscienza nazionale.
Se non una riscoperta di quei simboli in cui si riconosce una Nazione.
Siamo sicuri di dovercelo augurare? A differenza di quanto accade in altri grandi Paesi, i simboli nei quali ci riconosciamo in quanto italiani appaiono piuttosto poveri. Il tricolore ci fa palpitare, se ci fa palpitare, quando gioca la Nazionale. L’inno di Mameli non possiamo cantarlo senza un filo d’ironia. Quanto alla patria, da troppi secoli siamo abituati a considerare patria la città, il luogo d’origine. Ma non per questo dobbiamo sentirci in colpa e magari sforzarci di valorizzare in modo artificiale dei simboli che più di tanto non ci commuovono e non ci esaltano.
Guardiamole, invece, le immagini che sfilano davanti ai nostri occhi in questo giorno di lutto. Sono quelle le vere icone in grado di rappresentarci tutti: figure di gente comune, gente che dolorosamente si china a condividere lutto e sciagura, e dunque non fa altro che ripetere il gesto compiuto dai soldati in missione nel sud dell’Iraq.
Dei quali tutto si può dire: che sono stati mandati a rimediare ad errori forse irrimediabili compiuti da altri, che sono stati gettati in una situazione d’anarchia senza adeguata copertura. Ma non che si sono sottratti al compito che era stato affidato loro, svolgendolo nel solo modo in cui poteva essere svolto. La gente lo ha capito. E si è accorta di voler bene a quei soldati, i “suoi” soldati.

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