Sergio Givone – Ostaggi nudi, tecnica hitleriana

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Il Messaggero, 04.09.2004

Ostaggi nudi, tecnica hitleriana 

di SERGIO GIVONE

 

CIÒ che più colpiva, nelle immagini che le varie televisioni hanno trasmesso da Beslan per tutta la giornata di ieri, era la compostezza dei giovani ostaggi appena liberati. Solo l’estremo bisogno di bere diceva il patimento dei tre giorni rinchiusi nella palestra, prigionieri di terroristi votati alla morte propria e altrui. Molto misurate le manifestazione di gioia al momento della liberazione. Semmai erano le madri a esprimere una terribile tensione e angoscia: come la mamma nei cui occhi fissi sulla scuola si leggeva che i suoi figli erano là dentro, o quell’altra che appena fuori si accasciava sulla barella come una madonna ai piedi di una croce. Invece tutti quei bambini e quegli adolescenti se ne stavano in silenzio o, se feriti, si lasciavano condurre via dalle ambulanze senza un lamento. Eppure l’orrore a cui erano appena sfuggiti aveva lasciato su di loro un segno inequivocabile. Erano quasi completamente nudi. Di ciò i cronisti hanno dato una spiegazione abbastanza plausibile. Rinchiusi a centinaia in un locale ristretto e poco o nient’affatto aerato, con temperature ancora estive, senz’acqua, non avrebbero potuto far diversamente. Un gesto naturale, denudarsi. Eppure questa spiegazione non convince. In una situazione come quella la nudità acquista ben altro significato. Dove non c’è che violenza, la nudità è una sottile forma di sevizia. Quei corpi nudi testimoniavano al di là di ogni dubbio, forse addirittura al di là della percezione che le stesse vittime potevano aver avuta, la tortura inflitta loro dai carcerieri. Da cui derivava quella specie di stordimento successivo alla liberazione, quell’afasia, quella sofferenza inespressa: come di chi ha visto in faccia qualcosa di spaventoso e inenarrabile. Quando un uomo costringe un altro uomo a denudarsi, e a restare nudo, non solo lo umilia, non solo ne indebolisce la volontà e lo tiene in suo potere, ma lo tratta come se non fosse più un uomo. Del resto la nudità per l’uomo non è affatto una condizione naturale. Giustamente qualcuno ha detto che l’uomo nasce vestito. Il suo venire al mondo è tutt’uno col fatto che qualcuno lo accoglie fra le sue braccia, o quantomeno se ne prende cura, lo veste. Altrimenti la sua vita neppure potrebbe incominciare. A differenza degli altri animali, l’uomo abbandonato a se stesso muore. E non è la morte che, attraverso il loro denudamento, è stata fatta balenare da coloro che la morte l’avevano scelta anticipatamente, sia nel senso di darla che nel senso di subirla? Perciò gli ostaggi molto probabilmente sono stati denudati. Per umiliarli. Per ridurli a poco più che cose e quindi tenerli facilmente sotto controllo. Ma soprattutto in una cupa anticipazione di morte. Lo sapevano bene i carcerieri dei lager nazisti, i quali per prima cosa facevano spogliare gli internati e spesso ve li tenevano per ore e giorni in quello stato. Così come lo sapevano anche quei soldati americani che, duole dirlo, si sono comportati in modo non troppo dissimile in tempi recentissimi. Lo stesso vale per i terroristi ceceni. A dimostrazione del fatto che quando la violenza si ricollega a quella sua buia radice che è il terrore, allora non c’è più ideologia che tenga, non c’è più giustificazione possibile. E’ semplicemente impudico affermare che “però” si tratta di guerra di liberazione, di lotta per l’indipendenza, di gente pronta a sacrificare la propria vita per un ideale, e così via. Il terrore è terrore e basta. Non sappiamo chi si nasconda sotto quei panni neri di uomini e donne paludati a lutto, già morti, come in effetti è avvenuto. Giusto ricordare che sono anche loro delle vittime. Vengono da una terra messa a ferro e fuoco da soldati che sarebbe più corretto definire truppe di occupazione. Molti di loro hanno perso chi la moglie, chi il marito, chi i figli: è questo il lutto che portano. Perché non provare pietà anche per loro? Eppure, nel momento in cui essi hanno scelto la via del terrore, non si sa più come provarla, la pietà. E questa è forse la cosa più atroce.

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