Sergio Givone – Oggi il conflitto è nel mondo e non fra mondi

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L’Unità, 10.11.2001

Oggi il conflitto è nel mondo e non fra mondi

di SERGIO GIVONE

 

In un dialogo serrato fra di loro, Angelo Bolaffi e Giacomo Marramao in un saggio appena uscito da Donzelli,Frammento e sistema, affrontano il tema all’ordine del giorno: il «conflitto-mondo». Se ne parla ovunque e in continuazione. Ma è raro trovare una riflessione acuta e meditata come quella riprodotta qui praticamente in tempo reale.
Dunque, il conflitto-mondo. Che è come dire il conflitto e anzi la guerra nel mondo «globalizzato». Donde il problema: se il mondo è un tutto globale, che senso ha la guerra? E viceversa: se c’è la guerra, che senso ha parlare di globalizzazione, di universalità dei valori e dei diritti, ecc.?
Un’aporia solo apparentemente insuperabile. Ma che può esse­re risolta tenendo insieme gli opposti piuttosto che tagliando sbrigativamente il nodo. Con buona pace di chi afferma (S. Huntington) che le diverse culture sono realtà non comunicanti e quindi destinate a farsi la guerra. O di chi viceversa sostiene (F. Fukuyama) che la storia è finita e dunque la guerra non è che un retaggio barbarico del passato.
Bolaffi e Marramao suggeriscono di leggere ciò che sta accadendo nella chiave del passaggio a Occidente. E’ un fatto, dicono, che milioni di persone abbiano cercato e cerchino in Occidente una possibilità di vita più umana – che è poi cercare la libertà (libertà dal bisogno, ma non soltanto). Ma che cosa significa questo fatto? Forse che il paradigma occidentale è il solo degno di esistere, costi pure la cancellazione delle singole identità dei popoli? O non piuttosto che la libertà di cui si tratta è libertà di conservare quanto di irrinunciabile ciascuno porta con sé?
In questo caso naturalmente c’è da aspettarsi una tensione conflittuale fra universalismo e localismo, fra appartenenza al mondo e provenienza nazionale o addirittura tribale. Ma questo è conflitto-mondo. Non certo mondo senza conflitto. Ma neppure conflitto di mondi.
Ben prima che la questione si presentasse in tutta evidenza, il pensiero filosofico l’aveva anticipata sul piano strettamente concettuale. Senza però venisse a capo. Al contrario, stemperandola in una vaga retorica o in una consolante apologetica. L’intero Novecento è stato ossessionato dall’idea di mediare il particolare e l’universale, il frammento e il sistema, ma ha finito col perdersi in una retorica (postmoderna) della disseminazione e del nomadismo, da un lato, e in una apologetica (premoderna) del senso della storia. E se il momento di pensare insieme il frammento e il sistema (l’appartenenza a un popolo storico e la condivisione di un destino comune, la fedeltà alla propria tradizione e il riconoscimento di una cittadinanza universale, e così via) fosse finalmente venuto?

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