Sergio Givone – Noi e l’Islam. In bilico tra violenze arcaiche e un futuro senza rancori

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Il Messaggero, 27.02.2006

Noi e l’Islam. In bilico tra violenze arcaiche e un futuro senza rancori

di Sergio Givone

 

Nell’ammonimento che il Papa ha rivolto ieri all’Angelus («Dio punirà chi sparge sangue in suo nome») risuona una voce antica, che va al di là della contingenza storica. Naturalmente il riferimento è ai tragici fatti di questi giorni in Iraq, che ha visto dilagare la violenza dei musulmani contro i musulmani, e in Nigeria, dove ci sono state rappresaglie cristiane, e quindi riguarda tanto i musulmani quanto i cristiani. Ma il problema ha il respiro dei secoli e dei millenni. Infatti qui è in gioco l’idea stessa che noi abbiamo di religione.
Sappiamo che dal buio delle origini fino a giorni nostri gli uomini hanno ucciso in nome di Dio. E non soltanto il paganesimo ha giustificato i crimini più spaventosi. Anche le religioni monoteistiche hanno proclamato crociate e guerre sante, hanno soppresso gli eretici, gli infedeli, i peccatori, hanno condannato a morte i nemici (veri o presunti) della fede. Ma facendo questo, esse sono entrate in contraddizione con il nucleo essenziale del loro messaggio. E ciò per una ragione precisa. Mentre il paganesimo considera il sacrificio dell’uomo in nome di Dio parte integrante del rito, invece le religioni monoteistiche, in particolare il cristianesimo, vengono a liberare l’uomo, non a farne la vittima sacrificale di un dio crudele, un dio che vuole il sangue dell’uomo. Ciò accade esemplarmente con il sacrificio di Cristo. Come recita la liturgia, Cristo è venuto a offrire se stesso alla sua passione, prendendo su di sé le colpe di tutti. E lo fa punto decisivo liberamente. Egli ristabilisce il patto dell’uomo con Dio sulla base di un rapporto amichevole e non vendicativo, non sacrificale. Più nessuno potrà arrogarsi il diritto di sacrificare qualcun altro a un idolo. Se lo fa, lo fa a nome suo. Non a nome di Dio. Come giudicare allora il persistere di una pratica omicida e sanguinaria all’interno della religione? La risposta è evidente. Siamo di fronte a un regresso verso forme di religiosità che la fede nel Dio vivente, tanto la fede cristiana quanto quella ebraica o quella islamica, dovrebbero aver superato per sempre. Ma c’è di più. La religione che parla il linguaggio dell’odio compie un vero e proprio tradimento spirituale. E come sta scritto, Dio è pronto a perdonare tutti i peccati, ma non il peccato contro lo Spirito. Questo spiega il tono accorato con cui il Pontefice ha preso posizione nei confronti dei tragici eventi di questi giorni. Nessuno può dire se siamo di fronte a una svolta, né in che direzione. Se verso un cupo ritorno a contenuti e a comportamenti propri di una concezione religiosa dai tratti arcaici e tribali, o se verso una fede che viene a liberare l’uomo dall’odio e dagli imperativi di morte. Lo sapremo presto, certamente nei prossimi anni. A noi resta, ora, il dovere di riflettere su quel dito puntato nei confronti dell’uomo che crede di potersi sostituire a Dio, dopo essersi costruito Dio a propria immagine e somiglianza. Cioè a immagine e a somiglianza di un assassino.

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