Sergio Givone – Nascere bene, non morire male

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Il Messaggero, 09.12.2003

Nascere bene, non morire male

di SERGIO GIVONE

 

L’INIZIO e la fine della vita diventano materia legislativa. Se ne discuterà in Parlamento questa settimana relativamente a due questioni molto delicate. La prima è quella che riguarda la fecondazione artificiale: a quali condizioni ed entro quali limiti ammetterla, se eterologa o no, ecc. La seconda invece concerne il cosiddetto testamento biologico, come l’ha definito il ministro Sirchia: in base ad esso ciascun cittadino dovrebbe poter esprimere le proprie volontà circa il trattamento medico che gli dovrebbe essere riservato quando non fosse più in grado di far sentire la propria voce.
Che la legge venga invocata a regolamentazione di eventi come l’inizio e la fine della vita, non è certo un fatto nuovo. Sempre così è stato e forse (auguriamocelo) sempre così sarà. Infatti si può dire che la civiltà inizi nel momento in cui la vita e la morte dell’uomo sono inserite in un contesto rituale fatto di norme, prescrizioni e proibizioni, mentre quando tutto ciò vien meno, è la barbarie. Eppure sarebbe da ciechi non vedere che il legislatore deve oggi affrontare problemi assolutamente inediti. La tecnologia ha strappato la vita alla sua dimensione naturale: da un lato l’uomo può intervenire sulla nascita dei suoi simili tanto da produrre artificialmente ciò che fino a ieri era cosa della natura, d’altro lato egli sembra in grado di spostare i confini della morte indefinitamente.
Mettiamola così: veniamo da un mondo in cui l’uomo, quanto alla vita e alla morte, non poteva niente o quasi niente e andiamo verso un mondo in cui l’uomo può tutto o quasi tutto. Ed è precisamente questo rapidissimo passaggio a comportare non solo un radicale mutamento di prospettiva, ma anche tutta una serie di situazioni impreviste.
Sappiamo quali. Prendiamo ad esempio la fecondazione artificiale. Che fare degli embrioni che non saranno impiantati nell’utero della madre? Dovremo considerarli come soggetti che hanno dei diritti o come materiale utilizzabile per fini terapeutici? In un caso dovremo trattare come persona qualcuno o qualcosa che persona non è. Nell’altro ci spingeremo su una soglia al di là della quale s’intravedono inquietanti strumentalizzazioni del vivente. E se poi consideriamo la morte: che cosa è meglio? Sopravvivere a se stessi anche quando la vita si è fatta insensata o morire dignitosamente? Sollevare il malato da sofferenze intollerabili o lasciarvelo sprofondare? Sono domande che già contengono la risposta. Eppure: chi autorizza qualcuno a dar la morte a qualcun altro? E’ sufficiente che sia l’altro a chiederlo, sia pur motivatamente? Occorre un quadro di regole condivise. Ma per arrivarci bisognerà non soltanto esaminare le singole questioni, perché ben più importante sarà trovare un criterio-guida. E cioè un criterio che valga sia per la nascita sia per la morte. Insomma: per la vita tutt’intera.
Questo criterio esiste. Se è vero che un tempo la vita e la morte ci erano date, accadevano, punto e basta, e invece oggi in una certa misura siamo noi i creatori di noi stessi, allora chiediamoci: che mondo sarebbe quello in cui gli esseri umani fossero programmati geneticamente? Come non pensare a un dominio sulle generazioni future da parte dei programmatori? Una nuova forma di totalitarismo incomberebbe su di noi. Forse la peggiore. Il totalitarismo genetico.
Perciò, ecco il criterio (puramente negativo): l’intervento sul nascituro abbia sempre e soltanto valore terapeutico, sia cioè volto a rimuovere eventuali patologie e mai a creare un nuovo tipo d’uomo. Allo stesso modo, l’intervento sul morente non sia dettato da nient’altro che dal rispetto per la sua vita e la sua morte. Le quali fanno di lui quel singolo che lui è perché la sua vita e la sua morte hanno la loro radice in un evento irripetibile, ossia nel caso e nella libertà. Che sia benedetto, il caso. Unica salvaguardia della nostra libertà.

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