Sergio Givone – L’orrore negli occhi innocenti

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Il Messaggero, 29.03.2004

L’orrore negli occhi innocenti

di SERGIO GIVONE

CHE cosa vedono gli occhi di un bambino su cui si abbatte una violenza troppo più grande di lui? Forse non vedono niente, un niente tanto più atroce quanto più smisurato e inconcepibile. Questo deve aver visto la ragazzina uccisa ieri a Napoli da un colpo di pistola, dopo che un camorrista si era fatto scudo del suo corpo per sfuggire all’aggressione di una banda rivale. Possiamo immaginare il suo disperato chiedere perché, prima ancora di chiedere aiuto, il suo impotente cercare un senso a quel che stava accadendo.

O forse, mostrarsi nella violenza degli adulti, così come i bambini la percepiscono, potrebbe essere qualcosa di assolutamente irreale. L’altro ieri il piccolo Khalil era alla finestra della sua povera abitazione nel campo profughi di Balata. Osservava uno scontro a fuoco fra israeliani e palestinesi. E noi vorremmo credere che per lui quello non fosse altro che un gioco. Ma siamo sicuri che non se lo immaginasse così, un gioco, solo perché gli era impossibile accettare l’insensatezza e l’assurdità delle immagini che gli correvano davanti come fossero un film? Non in fronte, ma alla nuca sarebbe stato colpito, come se lui stesse distogliendo lo sguardo dall’orrore.

Del resto i bambini mostrano un assoluto bisogno di trovare una qualche ragione a ciò che ragione non ha, pena uno smarrimento e un’angoscia che li travolgerebbe. Così accade spesso che le vittime inermi delle più gravi forme di violenza da parte degli adulti non trovino altro modo di sopportare l’offesa che gli viene fatta se non colpevolizzando se stessi, magari fino alle conseguenze estreme, fino al suicidio. Oppure accade (in base alla stessa logica) che a farsi portatori di violenza sino proprio quei ragazzini che più crudelmente ne hanno subito la dura legge. Non già per vendetta. Ma per giustificare, trasformando l’ingiustificabile in cosa normale, coloro che più li hanno fatti soffrire, a cominciare dai genitori.

Ed è ben questo il più tremendo atto d’accusa dei bambini nei confronti della violenza. Non appena la violenza investe i bambini, sia che incrudelisca su di loro, sia che li induca a suo strumento, cade il velo impudico in cui si nasconde o di cui si ammanta. La violenza appare quale essa è: ignobile, ributtante, non degna d’altro che del nostro “no, non deve essere”. Nulla come mettersi dalla parte dei bambini e guardare la violenza con i loro occhi (anche quando la commettono e non solo quando la subiscono) porta a smascherarla.

Né vale dire che c’è violenza e violenza. Indubbiamente l’assurdità (e la malvagità) della violenza che ha ucciso la ragazza di Napoli è palese. Non lo è altrettanto, essendo comunque sminuita dalla banale considerazione che la guerra è la guerra, la violenza che ha ucciso il piccolo palestinese. Tantomeno ci urta la violenza che inquina la nostra vita e di cui sono intrisi i rapporti fra le persone verrebbe addirittura da dire i rapporti fra le persone e le cose. Basta però gettare sulla violenza lo sguardo che vi getterebbe un bambino, perché su di essa venga a posarsi la luce più cruda e impietosa.

Limitiamoci a prendere in esame, fra tutte le forme di violenza, quella a noi più vicina, talmente vicina che stentiamo a riconoscerla: la violenza che si consuma in famiglia. E non intendo qui la violenza che grida vendetta, anche se nascosta, la violenza che ha rilevanza penale. No, è sufficiente ricordare la violenza che in misura minore o maggiore è in tutti e fa di ciascuno, una volta o l’altra, più frequentemente che raramente, il protagonista di sceneggiate quotidiane di cui non potrebbe che vergognarsi. Se solo osasse guardarsi come lo sta guardando quel bambino che è lì, silenzioso, forse triste. E riflettesse su quale traccia nefasta, profonda, indelebile, sta lasciando in lui. Perché non provarci? C’è più sapere sulla violenza in quegli occhi sofferenti e muti che in un trattato di filosofia.

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