Sergio Givone – Liquidare la messa non è segno di modernità

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Il Messaggero, 09.05.2005

Liquidare la messa non è segno di modernità

di SERGIO GIVONE

 

Può darsi che i comportamenti delle persone che assistono ai riti religiosi siano quelli descritti da Alessandro Baricco in un suo articolo apparso ieri su Repubblica (“Se esco da messa felice”) e che alla fine delle funzioni alcuni, come dice di sé l’autore, provino una specie di sollievo, o addirittura di felicità, la felicità di chi ritorna a casa e ritrova la vita vera o qualcosa che vi si avvicina. Il mondo del sacro, da questo punto di vista, e la messa in particolare, nel nostro mondo profano e desacralizzato sarebbero destinati a perdere progressivamente di rilievo, stante una ritualità sempre più povera di significato oltre che di bellezza. Che fare allora se non volgere le spalle al sacro e riappropriarsi della vita e della promessa di libertà che essa racchiude? E’ questo uno schema a cui la cultura moderna ricorre solitamente quando prende in considerazione il fenomeno religioso. Donde un atteggiamento sostanzialmente ironico, proprio di chi guarda le cose dall’alto in basso. La religione? Un residuo del passato, che non si vede proprio che senso possa avere ancora per noi. Se c’è ancora chi la pratica, è inevitabile che costoro appaiano come personaggi buoni soltanto a muovere al sorriso. Essere al passo con i tempi significa prendere le distanze dal cristianesimo e dalla sua tradizione. Se non si parla più di oscurantismo, è solo perché viviamo in un’epoca ampiamente rischiarata, dove la superstizione (o ciò che si suppone sia tale) trova rifugio in luoghi frequentati ormai soltanto da una minoranza a dir poco folcloristica o quasi. La conseguenza è che gran parte della cultura odierna, adottando questo schema d’interpretazione della realtà religiosa, accusa il cristianesimo di essere ostile alla modernità e anzi di non farne legittimamente parte, essendo nient’altro che una sopravvivenza di un’epoca tramontata. Ma così facendo si condanna a non capire nulla del cristianesimo né della tradizione che il cristianesimo ha originato e che, piaccia o non piaccia, è ancora la nostra. Prendiamo ad esempio il rito della messa, che certamente è al centro della religione cristiana. Nulla di magico o di misterico. Ma al contrario il ricordo di eventi reali. Uno in particolare: quello simboleggiato dal gesto dello spezzare il pane e il vino. Che nel pane e nel vino i fedeli vedano il corpo e il sangue di Cristo, significa che il senso della realtà vivente non è nascosto in una trascendenza oscura e riservata a pochi iniziati, ma è qui fra noi, è nelle cose del mondo, e dunque le cose del mondo ci sono restituite, così come lo è la vita in tutte le sue manifestazioni, a cominciare dalle più umili, le più prossime, le più nostre. Niente come la Passione, che la messa riattualizza, dice l’infinito valore della realtà che vediamo e tocchiamo, e fa del mondo il teatro in cui grazia e dolore, ma grazia e dolore custoditi in Dio, investono ogni vita, ogni esistenza, la più grande e la più misera. Non può essere altrimenti, se Dio viene nel mondo degli uomini e ne condivide il destino. Lo aveva capito un autore non certo tenero con il cristianesimo. E che anzi si era identificato con l’Anticristo. Costui è Friedrich Nietzsche. Nella Gaia scienza Nietzsche ci parla di quei simpatici perdigiorno che la sanno lunga su tutto e su tutto discettano agli angoli delle strade. Costoro non hanno dubbi sulla morte di Dio. Che a loro appare una cosa scontata, anzi, una cosa banale. Un fatto. Basta dare un’occhiata a quel che accade nelle chiese, dicono. Sono vuote, vi si celebrano riti ormai obsoleti e inattuali, non c’è proprio più niente da dire, se non farci qualche battuta… Fosse così semplice è il pensiero di Nietzsche. Nella morte di Dio si svela il senso del nostro morire, e questo senso è quanto c’è di più profondo. La messa è ricordo, è memoria della morte di Dio. E se aiutasse non solo i credenti, ma anche i non credenti, a capire qualcosa su cui non si è ancora riflettuto abbastanza?

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