Sergio Givone – La vita è una tragedia. Umoristica

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L’unità, 12.02.2002

Il bene e il male, l’amore e la morte nel nuovo romanzo di Sergio Givone

Intervista con l’autore

di Giuseppe Cantarano

 

E’ da oggi in libreria il nuovo romanzo di Sergio Givone, Nel nome di un dio barbaro (Einaudi, pagine 205, curo 13,50). Si tratta della seconda prova narrativa del filosofo, dopo il bellissimo e fortunato romanzo, pubblicato sempre da Einaudi nel 1998, Favola delle cose ultime. Abbiamo letto in an­teprima Nel nome di un dio barbaro e ne abbiamo discusso con l’autore, incontrato nella sua casa di Firenze, dove Givone inse­gna Estetica presso l’università.

Questo è il suo secondo romanzo. Comin­ciamo dalla fine. In una nota ha scritto: «Perciò la filosofia non le è più bastata e si è rivolto alla letteratura?

La vita di cui parla la filosofia è la vita di tutti, è la condizione comune, non la mia, la sua, la nostra vita. Tant’è vero che la filosofia si attiene al principio che individuum est ineffabile. E invece la letteratura proprio questo indicibile tenta di dire, e cioè il singolo, la persona, il volto, con la sua pena, che è sua e di nessun altro, ma anche con la sua gioia, con il suo destino. Non per caso i filosofi a un certo punto decidono di scrivere romanzi. Gliene viene la voglia, non senza ragione.

Il romanzo è un «viaggio d’inverno», lungo il quale soggetto e oggetto della narrazione a volte non solo si in intrecciano, ma ­felicemente si confondono. è il lato inaf­ferrabile e oscuro dell’esperienza che lei cerca di raccontare?

Viaggio d’inverno, per tradizione, signifi­ca viaggio nel gelo, nel buio e verso il nulla, sia pure il nulla infuocato della passione amo­rosa, erotica. Quel nulla che la filosofia ha in orrore e anzi ha messo al bando, salvo poche eccezioni. Dopo essere andato a lungo alla caccia del nulla nel mio lavoro filosofico, qui, in questo romanzo, cerco di vedere un po’ più da vicino come stanno le cose. Mi sono costruito un osservatorio: la cornice del ro­manzo, la scena, dove uno dei personaggi, prima di compiere un passo estremo, si fa regista e spettatore di microtragedie che han­no per protagonisti i convitati al pranzo d’ad­dio (ma che loro credono sia una festa).

Qual è, dunque, il rapporto tra scrittura ed esistenza?

Lei che è filosofo sa qual è il gesto inaugu­rale della filosofia. L’ha compiuto Parmenide, sostenendo che la realtà è il pensiero, il pensie­ro è la realtà. Ma in seguito noi, e tutti quelli che ci hanno preceduto, abbiamo dovuto fare i conti col fatto che la realtà è lì, a portata di mano, vita sfuggente, ma inafferrabile, e se il pensiero vuole raggiungerla, farla sua, dicia­mo pure sedurla, deve compiere una mano­vra accorta e delicata. Le strategie sono mol­te: a cominciare da quella che consiste nel tenersi a distanza dall’oggetto amato. Ecco, la scrittura è una di queste strategie.

Eppure, è solo nel racconto che ci è dato vivere. Cos’altro rappresentano quei pic­coli quaderni neri nei quali Fradèl, il pa­drone di casa, annota le vicende capitate ai suoi amici come se volesse vivere in esse? Del resto, noi siamo un colloquio, mi pare dicesse Hoelderin. Noi siamo il nostro racconto, dice Ricoeur. E forse per­ché non abbiamo più nulla da raccontar­ci (Benjamin), che non riusciamo più a dare senso alla nostra esistenza?

Dire che «solo nel racconto ci è dato vive­re» è un’affermazione molto impegnativa. Ma non voglio tirarmi indietro e rispondo che sì, c’è del vero in questo, comunque è questo che ho voluto dire con la storia dei quadernetti che il protagonista porta con sé nella morte. Uno dei miei maestri, il filosofo Alberto Caracciolo, amava citare un verso di Omero: «Tutto ciò doveva accadere per dar materia al canto». Sembra una cosa orrenda, visto che quel che doveva accadere è lutto e rovina e violenza, e invece è una cosa piena di verità. E la verità è che, tolto il canto, tolta la capacità di raccontare e quindi di inserire la trama della vita in un ordine possibile di significati, siamo perduti.

La vicenda del romanzo ruota attorno ad un enigmatico destino. Enigmatico anche perché è una morte dove la violenza si mescola con l’eros. E dove una singola morte annega nella barbarie della guerra che fa da sfondo alla vicenda narrata. Le domando: può il castigo espiare una violenza individuale?

No, il castigo non può espiare alcunché. 0 meglio: lo può alla lettera, cioè in quanto pagamento di un debito, e qui si tratta del debito che il colpevole ha nei confronti della società offesa dal suo delitto prima ancora che nei confronti della vittima. Ma l’espiazio­ne è un’altra cosa. Riguarda il colpevole nel rapporto che lui ha con se stesso. Anzi, riguar­da la possibilità che il colpevole ha di converti­re il male, che resta male, in qualcosa di se­gno contrario, addirittura in bene. Misteriosa alchimia spirituale, questa. Come ha detto Giuseppe Riconda, un altro pensatore da cui ho imparato molto, il mistero dei misteri non è il male, ma il bene. Aggiungerei: il bene che vien fuori dal male. L’intreccio di eros, che è pur sempre amore, e violenza, la dice lunga su questo punto.

Qui entra in gioco il dionisiaco «dio bar­buto» che dà il titolo al romanzo. E’ forse quel dio che si pone, diciamo così, al di là del bene e del male?

Amore è un dio barbaro, e come tale gli antichi lo identificavano con Dioniso che ir­rompe nelle nostre vite chissà da dove, e le sconvolge, irrimediabilmente. Anche noi pe­rò ne sappiamo qualcosa, quanto a eros, e non ci stanchiamo di farci domande. Quella che mi pone lei, sulla collocazione di eros rispetto a bene e male, attraversa l’intero romanzo.
Come rispondere? Di per sé eros non ha nulla a che fare con il bene e con il male. Eros è la gioia di vivere, gioia prorompente, che non dà ragione di sé, e non sopporta vincoli di alcun genere. Ma questo significa che eros è per sua natura trasgressione, rottura dei patti precedenti. E questo è tragico. I greci non per niente hanno visto in Dioniso il dio della tragedia.

Il romanzo si apre con un episodio di violenza e si chiude con un processo che i soldati americani – nemici divenuti nel frattempo ospiti (hospes-hostis insom­ma .. ) – intentano contro se stessi autoas­solvendosi. Come in Kafka, non si dà ve­ra condanna in quanto l’esistenza è sin dall’inizio condannata ad espiare una col­pa originaria di cui ci affanniamo inutil­mente a ricercare le ragioni, il senso.

E’ così. E lo è in senso tragicamente umori­stico. Humor tragico, per l’appunto quello di cui Kafka era maestro. Ciò che ci condanna, ben prima delle nostre azioni, è il destino (secondo i greci), è il peccato originale (secon­do i cristiani), insomma è «il fatto di essere nati». Eppure sono le nostre azioni, a condan­narci. Come se le nostre azioni, per miserabili’ che siano, e insignificanti, e comiche, fossero impigliate in una rete metafisica. Davvero, per dirla con quell’altro sublime umorista tra­gico che è Leopardi, qui non si sa «se il riso o la pietà prevalga».

Una figura inquietante è il «mat», il ra­gazzo che ha il volto dello stupratore del­la madre e che è muto sin dalla nascita. Testimone silenzioso di una violenza che lui non può redimere perché, letteralmente, ne è il frutto. E’ l’idiota – e come non pensare a Dostoevkij? – che alla fine tuttavia parla, ma non può raccontare la Verità e fugge via.

Come sarebbe bello, e tranquillizzante, se il racconto avesse la capacità di riscattare la violenza e il male che sono nelle cose raccon­tate! Se è vero che quando scopriamo che non abbiamo più nulla da raccontare e da raccontarci, siamo perduti, è anche vero che talvolta la verità è tale che non la si può raccontare, perché non c’è parola che la con­tenga, non c’è discorso che tentando di dirla non finisca in pezzi. Solo il silenzio la custodi­sce.

Il romanzo può forse esser letto come un itinerario della nostra coscienza infelice, un po’ come accade con la Fenomenolo­gia dello spirito di Hegel. Qui però non c’è alcuna catarsi finale, non c’è approdo, non c’è escatologia. Che sia questa la vera tragedia della nostra esistenza?

Attenzione: non c’è escatologia perché, come dice il «mat» in risposta a Madlinota che invoca Dio di fronte allo scempio che viene fatto della verità, qui e ora è il giudizio, qui e ora dobbiamo separare il bene e il male. Certo, viviamo nella confusione, e non è il tribunale degli uomini che possa eliminarla, questa confusione. Eppure, qui e ora, in ogni istante della nostra vita, siamo chiamati a dire bene al bene e male al male.

Infine: dove finisce l’immaginazione narrativa e comincia la sua autobiografia?

Questo… questo non sono disposto a con­fessarlo neanche sotto tortura.

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