Sergio Givone – La téchne greca

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Aforismi

 Sergio Givone

La téchne greca

Che cosa intendevano i Greci per téchne e quindi per arte? 

Erano considerate in quest’ambito le cosiddette arti belle, quelle che noi abbiamo poi chiamato le arti belle, ma c’erano anche, in quest’ambito, le arti, che noi non chiameremmo così, non chiameremmo arti, ma chiameremmo semplicemente tecniche: l’arte di far le scarpe, l’arte di far la guerra, l’arte di guidare i cavalli, e così via. Ma non solo, dicevo, se questa parola téchne abbraccia un ambito più ampio che non la nostra parola arte, perché comprende arti belle e arti invece puramente tecniche, per altro verso questa parola esclude attività che noi comprenderemmo senz’altro nel concetto di arte. Per esempio, esclude la poesia. Cos’era la poesia per i Greci? La poesia non era téchne, non era una tecnica, era un fenomeno più complesso, più complesso anche di quello che per noi è poesia, cioè era l’insieme di poesie, cioè di versificazione, di parola poetica, di musica e di messa in scena di questa parola poetica, di questa musica. I Greci non concepivano non escludevano, non potevano neanche immaginare quella separazione tipicamente moderna, per cui si può leggere un verso, indipendentemente dal suo ritmo e dalla sua musica, indipendentemente dalla sua messa in scena, dalla sua esecuzione, sia che questa esecuzione fosse quella per opera di una compagnia teatrale sia per opera di un rapsodo, cioè di un poeta che recitava i suoi versi – e recitare significa per l’appunto metterli in scena con accompagnamento musicale. Non solo, ma i Greci che nella categoria della musica, della musiché, comprendevano queste tre diverse attività, nella stessa categoria comprendevano anche attività, che noi, di nuovo, non considereremmo assolutamente artistiche. Per esempio, la filosofia; la filosofia, per i Greci, in quanto attività che risponde ad una Musa, cioè è ispirata da una Musa, rientrava nella musiché, che deriva appunto, che è pratica, guidata, governata dall’ispirazione delle Muse. Sono soltanto alcuni esempi quelli che ho appena fatto, ma credo che siano sufficienti per dimostrare come la traduzione è difficile. E là dove la traduzione è difficile, si tratta non soltanto di aggiustare la traduzione, ma di riconoscere che i Greci intendevano non cose diverse, intendevano ragionavano in modo diverso su queste realtà.
Ma devo ancora dire qualche cosa: se è vero che arte, che la parola greca arte, cioè téchne, è, per così dire, non rende, o meglio se la nostra parola arte non rende quello che i Greci intendevano con la parola téchne, è anche vero che la nostra parola bellobellezza, non rende quello che i Greci intendevano con la stessa parola. Ciò che è bello per i Greci è in rapporto, in rapporto costitutivo, con il vero e con il bene. Il bello è anche qualche cosa di buono, perché il bello è la rivelazione di una realtà positiva, anzi è la rivelazione di quella articolazione dell’essere, che permette di cogliere ciò che l’essere propriamente è. Quando il greco esclama: “questo è bello!”, questa esclamazione ha il valore di una rivelazione. E’ il mondo che si rivela, il mondo nella sua realtà, dunque nella sua positività. Reale e positivo, non dimentichiamolo, per i Greci sono qualche cosa di molto…, se non identificabili, se non identici, ma sono due realtà molto vicine. Dicevo: non soltanto il bello rivela la struttura della realtà, non soltanto il bello è una funzione veritativa, diciamo così, ma il bello, rivelando la struttura della realtà, rivela la bontà, cioè il bene, che è la realtà stessa, che è l’essere, perché essere e bene, come insegnava, come ha insegnato Platone, questo insegnamento è un tratto forte dell’intero pensiero greco, sono in definitiva la stessa cosa. 

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