Sergio Givone – La morte da oggi non è più nostra “sorella”

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Avvenire, 02.11.2001

La morte da oggi non è più nostra “sorella” 

di SERGIO GIVONE

Ci siamo illusi che, per vincere la morte o almeno per non provarne più l’angoscia, bastasse rimuoverla, allontanarla da noi, distogliere lo sguardo da una realtà troppo sgradevole per dei supercivilizzati. E la morte si è ampiamente (e giustamente) vendicata. Tant’è vero che si abbatte su di noi con una casualità e una insensatezza totali: ciò che la rende anche più paurosa, più terribile, più inaccettabile.

Di chi si può dire, come ancora Rilke sperava, che ha avuto la “sua” morte? Ossia che nella morte ha trovato il modo, sia pure il più doloroso dei modi, di venire in chiaro di sé, di fare i conti con se stesso e con la propria vita? Anche più remota appare la meravigliosa espressione con cui san Francesco nomina la morte: “Nostra sora morte corporale”. Noi, della morte abbiamo perfino cancellato l’immagine. Perciò, incapaci come siamo di rappresentarcela, la morte non può essere cosa nostra. Tantomeno nostra sorella.

E qui la domanda è: se la morte non è nostra sorella, a quale oscura potenza siamo abbandonati? Se la morte non è l’ombra che accompagna la nostra vita, e nella quale alla fine la nostra vita si raccoglie, come accolta da una sorella, che speranza resta? Ma nell’attuale oblio del senso della morte c’è un aspetto addirittura più inquietante. Si ha ancora notizia oggi della sola morte davvero tremenda e paurosa? Ossia quella che lo stesso san Francesco chiamava la “morte secunda”, quella che davvero fa male, e che Plotino, filosofo pagano, chiamava la “morte dell’anima”? Qui non è questione di aldilà o di castighi ultraterreni. Ma di qualcosa che è anche peggio. E che ci riguarda fin troppo da vicino.

Cieca, priva di qualsiasi luce interiore, e quindi incapace di distinguere il bene e il male, l’anima (dice Plotino) si aggira completamente priva di orientamento nel mondo, da una parte come smarrita, ma dall’altra contenta e soddisfatta della sua cecità, ed ecco: “L’anima muore come muore un’anima”. Abbiamo idea noi di come muore un’anima? Se non ce l’abbiamo, è come se la morte (la “morte secunda”) avesse già vinto.

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