Sergio Givone – La forza della tolleranza e l’esigenza delle regole

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Il Messaggero, 24.09.2004

La forza della tolleranza e l’esigenza delle regole

di SERGIO GIVONE

 

NON è soltanto folklore, la guerra del burqa in corso a Drezzo nel Comasco, dove due donne (una convertita all’islam e una giornalista che l’intervistava) sono state multate per essersi rifiutate di togliersi il velo islamico. L’episodio è espressione di tensioni e conflitti ancora latenti, ma con cui in un prossimo futuro saremo chiamati a confrontarci. Qualcuno lo sta già strumentalizzando politicamente. Ma non è questo il punto. In gioco sono le nuove forme della convivenza civile in un mondo che ci mette di fronte a prospettive solo qualche anno fa impensabili.
Sulla legittimità del provvedimento, credo ci sia poco da discutere. Esiste una legge che, per motivi di ordine pubblico, vieta di andare in giro con il volto coperto. Questo è quanto. Né vale appellarsi alla Costituzione, che garantisce libertà di culto. E’ ovvio che tale libertà di culto dev’essere esercitata all’interno delle leggi vigenti. Un culto che ad esempio prevedesse un’offesa grave alle persone è un culto illecito e non c’è rivendicazione di libertà religiosa che possa giustificarlo. Semmai si potrebbe ragionare sull’opportunità del provvedimento stesso. La donna coperta dal velo in quel piccolo paese verosimilmente non rappresenta una minaccia per nessuno. E allora perché tanto rumore per nulla? Non sarebbe stato meglio chiudere un occhio ed essere tolleranti? Probabilmente sarebbe stato meglio. Eppure, per quel che riguarda la tolleranza, il problema resta.
La tolleranza può essere intesa in modi diversi. C’è chi, come in Francia, in nome del principio per cui nessuna fede deve in alcun modo prevaricare sulle altre, ritiene di dover proibire l’esibizione in pubblico dei segni di appartenenza confessionale, a cominciare dal velo nelle scuole. E c’è chi, come da noi, in nome dello stesso principio è convinto sia giusto rispettare qualsiasi credo, qualsiasi comportamento rituale, accogliendoli tutti indistintamente in un più ampio e comprensivo orizzonte. Laicismo e irenismo sono le inevitabili conseguenze. Nel primo caso (laicismo) la doverosa affermazione della laicità dello Stato scivola nell’insinuazione neanche tanto mascherata che meno religione c’è e meglio è. Nel secondo (irenismo) invece ci si balocca ingenuamente con l’idea per cui le più opposte visioni del mondo coesisterebbero in base a una sorta di armonia prestabilita.
Occorre uscire da questa falsa alternativa. Ce lo suggerisce proprio l’episodio di cui stiamo parlando. Interpretare la legge in modo rigido, alla francese, proibendo non soltanto il burqa ma anche i vari simboli religiosi, finirebbe col produrre intolleranza in nome della tolleranza. Ma qualcosa di molto simile accadrebbe se noi per un malinteso senso di accettazione dell’altro e di ospitalità rinunciassimo a porre delle regole, a stabilire dei diritti e dei doveri e soprattutto a rivendicare dei valori nei quali ci riconosciamo, primo fra tutti la libertà. Domando: che cosa comporta accogliere in nome della libertà (libertà di professare la propria fede) qualcuno che non solo la libertà non la vuole, ma non la riconosce, e anzi se potesse la distruggerebbe?
La signora chiede rispetto per la sua convinzione religiosa: rispetto dovuto. Ma non si può non girare a lei la domanda e chiederle se è disposta a sua volta a rispettare qualsiasi convinzione religiosa o irreligiosa altrui. Certamente risponderebbe di sì. E non si vede perché dubitare della sua sincerità. Tanto più che convertendosi all’islam la signora ha fatto una scelta certamente non di comodo. Tuttavia porta il burqa. E nelle pieghe del burqa è impossibile non intravedere un’altra risposta. Che cosa significa indossare il burqa se non contestare, anche se non a parole, che tutte le confessioni religiose (e irreligiose) siano parimenti degne di rispetto? Non è il burqa tutt’uno con la negazione della libertà di professare qualsiasi fede? Signora, se le cose stanno così, ascolti almeno il suggerimento che viene da un’esponente dell’Associazione Donne Musulmane: nessuna donna è tenuta a indossare il burqa in un paese dove la legge lo proibisce.

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