Sergio Givone – La fine della colpa

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L’Unità, 04.05.2001

La fine della colpa

Per i media e i sociologi il male dipende dalla società. Ma è un equivoco che atrofizza, il senso di responsabilità

di SERGIO GIVONE

 

Senso di colpa. Qualcosa da cui liberarsi. Se c’è un’opinione diffusa, quasi una certezza, oggi, è questa. Tutti sembrano d’accordo sul fatto che la felicità o almeno la tranquillità sarebbero lì, a portata di mano, non fosse per via del senso di colpa. Da cui perciò bisogna liberarsi. Già, ma poi accade che qualcuno commetta un delitto inaudito (inaudito per modo di dire, dal momento che è stato preceduto da tanti altri identici). Mettiamo, tanto per restare alla cronaca recente: due ragazzini uccidono a freddo ì famigliari senza motivo, un altro uccide la madre, un terzo il padre, e si potrebbe continuare.. E’ evidente che parlare in un caso come questo di liberazione dal senso di colpa non ha senso. Ma è altrettanto evidente che se qualcosa manca, qui, è precisamente il senso di colpa. E questo non già perché si tratti di pazzi punto e basta (che è una spiegazione, ma parziale). Tantomeno perché la colpa sarebbe degli adulti che non dialogano, della scuola che non insegna, ecc. (che è anch’essa una spiegazione, ma idiota). No, semmai perché i protagonisti del misfatto, certamente colpevoli, sembrano a loro volta vittime di qualcosa che si è abbattuto su di loro. Perché proprio loro? E’ la domanda che ci facciamo. Perché proprio loro, se erano come tanti, né migliori né peggiori? A questa domanda non c’è risposta. Una cosa però è certa. Se quei ragazzi hanno una speranza, e se gli si può augurare un futuro, è di assumersi la responsabilità del loro gesto. Insomma, devono rispondere di do che hanno fatto anche se non sapevano quel che facevano. Dunque: devono prendere la colpa su dì sé. Colpa infatti è assunzione di responsabilità a un livello più profondo di quello della consapevolezza e dell’intenzionalità. Augurare una cosa del genere è augurare quanto ci sia di più terribile. E tuttavia: fuori di qui, nessuno scampo, nessuna luce, ma solo un tetro restar prigionieri di se stessi.
Altro che liberarsi dal senso dì colpa! Tolta la colpa, tolto il rimorso, e quindi la possibilità di ritornare sui propri errori, riconoscerli, risponderne, è l’inferno, ossia l’eterna ripetizione di un gesto sempre identico a se stesso, inespiabile, irredimibile, e infatti sempre quella mano armata colpisce la vittima, sempre la vittima implora inutilmente, né l’assassino, incapace com’è di appropriarsi di ciò che ha fatto, può convertirlo nel principio di un’altra storia, storia di sofferenza e di dolore, che però in modo oscuro e misterioso salvano.
Eppure c’è stato chi ha percorso fino in fondo la via della liberazione dal senso di colpa. Rousseau, per primo. E poi Nietzsche, e Freud su su fino a Marcuse – autori, questi, che nonostante appartengano a mondi infinitamente distanti un filo tenace lega. Così come c’è stato, in tempi più recenti, chi al contrario ha visto nella colpa la condizione più propria dell’uomo e comunque una chiave per comprendere il senso dell’essere al mondo. Tra questi Heidegger. E prima ancora Jaspers. E Ricoeur. Una “battaglia della verità”, per dirla con Platone, si è combattuta in epoca moderna. Una controversia filosofica cui non è mancato, qualche attento benché raro osservatore. Vedi ad esempio il libro di Pio Colonnello intitolato La questione della colpa tra filosofia dell’esistenza ed ermeneutica (Napoli, Loffredo).
Era stato Rousseau come si sa, ad assolvere l’individuo e ad accusare la società. L’individuo è com’è; in lui si esprime l’innocenza della vita. Perciò la libera manifestazione dei suoi desideri e delle sue passioni è tutt’uno con la vita stessa, che per natura è buona, e senza colpa, ma diventa colpevole là dove un’istanza d’ordine superiore la reprime. Nell’uomo non c’é colpa; c’é semmai senso di colpa, senso indotto, in quanto è l’organizzazione della società a suscitarlo nell’individuo che non si adatta ad essa.Nietzsche (Nietzsche lettore di Rousseau) si porrà sulla stessa linea. Però risalendo molto più indietro. Nell’organizzazione sociale Nietzsche vede non soltanto strategie di controllo ma forme di potere che riflettono un’idea apparentemente scontata, però micidiale: l’idea che il mondo non è come dovrebbe. Quest’idea è la matrice di ogni dispotismo, di ogni assolutismo – cioè della pretesa che qualcuno sia in grado di dire all’uomo quel che deve fare, come deve comportarsi, possibilmente ordinandogli delle cose contro natura. Una volta questo qualcuno secondo Nietzsche era Dio. Poi i monarchi e i nobili. Infine la società. Tutti grandi colpevolizzatori, la società non meno di quegli altri, come dimostra il fatto che Dio è morto, la nobiltà è decaduta ma il senso di colpa rimane.
Se Nietzsche risale a Dio, Freud cala Dio dal cielo e lo insedia nel cuore dell’uomo, dove la fa non tanto da padrone quanto da giudice supremo: tale è il Super-io. Ma la funzione è la stessa. Imporre un codice morale destinato a essere sempre trasgredito. E quindi ingenerare senso di colpa. Quando Marcuse tesserà il suo elogio della vita gioiosamente incolpevole, innocente, lo farà ritrovando Rousseau attraverso Freud (e semmai “dimenticandosi di Nietzsche).
Tutt’altra musica sul Versante della filosofia dell’esistenza. Qui intanto non si tratta di senso di colpa, che non appartiene alla realtà bensì al soggetto e dunque può esserci come non esserci, ma di colpa. Talmente reale, la colpa, che non solo appare incancellabile, ma viene configurandosi come l’orizzonte della nostra vita. Non ce n’è altro, secondo Heidegger. Qualunque cosa l’uomo faccia, la fa a partire dal suo poter essere incolpato. E non importa che lo sia di questo o di quel delitto. Importa semmai che questo o quel delitto siano comunque inscritti nello stato di colpevolezza come stato proprio dell’uomo.
Risuona in Heidegger il famoso detto di Anassimandro, così ben tradotto da Calderon: non c’è colpa maggiore di quella d’esser nati. Invece Jaspers, che pure è interprete profondo della tragedia greca, pensa la colpa all’interno del cristianesimo. Anche per Jaspers la colpa è tutt’uno con l’esistenza. Ma lo è non in senso fatalistico e pre-morale, come in Heidegger, bensì in senso etico. Colpa c’è, sempre e comunque, perché sempre e comunque noi siamo tenuti a rispondere non solo delle nostre azioni ma anche delle nostre omissioni. Compreso ciò che nessun tribunale ci imputerebbe. Infatti ci sarà chiesto: e tu dov’eri? che cosa hai fatto per impedirlo? Proprio come accade a Edipo: il quale si riconosce “colpevole di non aver saputo vedere”. Jaspers riprende qui il grande tema dostoevskiano della responsabilità di tutti per tutto nei confronti di tutti. A sua volta Ricoeur, legando colpa e finitezza, e affermando che il peccatore è tale prima ancora di esserlo per davvero, non farà che spostare questa tematica sul piano religioso e ne mostrerà l’ascendenza cristiana.
Che dire dunque? La battaglia intorno alla colpa e al senso di colpa sembra concludersi in una situazione di stallo. Da una parte i teorici della liberazione (dal senso di colpa), dall’altra i pensatori del tragico (tragico è che la colpa ci sia sempre e comunque). Ma siamo sicuri che sia finita così? Una figura inquietante entra nel nostro campo visivo, che i media allargano in continuazione, Chi è questo essere umano che uccide a freddo, con indifferenza, senza provare emozione? Un mostro, si dirà. Uno psicopatico. Dunque qualcuno che non può essere incolpato di alcunché. E se invece soltanto la colpa ci aiutasse a capire sia il suo passato (cioè il fatto di aver commesso un delitto orrendo inconsapevolmente) sia il suo futuro (cioè la possibilità di uscire dal gorgo in cui è caduto)? Paradosso della colpa. Meno c’è, meno si vede, e più ne abbiamo bisogno.

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